Miike rilegge " I sette samurai" e l'etica di Kurosawa, modernizzandola e spettacolarizzandola, con un realismo a tratti davvero convincente. Fango, pioggia, fuoco, e naturalmente sangue a fiumi. Con una ricostruzione accurata e una fotografia virata sui toni del grigio e del marrone, e luce naturale, Miike ci riporta a un Giappone cupo, brumoso, quasi primordiale, immerso nel verde e nell'umidità, intriso di fango e purificato nel fuoco e nel sangue. Non rinuncia ai suoi temi preferiti, quelli che caratterizzavano l'inizio di "Imprinting", e lascia alle figure femminili, mutilate e violate della parte iniziale, l'orrore in tutta la sua forza, per poi dedicarsi esclusivamente a un mondo maschile di crudeltà, sadismo, vendetta, ma anche di onore, lealtà, amicizia estrema.
Sulla trama
Inizia con un harakiri, in una luce livida e scura, la storia di questi tredici guerrieri, capeggiati dal valoroso Shimada Shinzaemon (Yakusho Koji), che accettano di uccidere in un agguato lo spietato fratello dello Shogun Matsudaira Naritsugu, destinati a misurarsi con un nemico implacabile, che sembra quasi compiacersi del sangue e della morte. Durante il loro cammino incontreranno anche un cacciatore che vive nei boschi che pur non essendo un samurai e considerandoli inutili, li aiuterà nella loro impresa, quasi un folletto immortale che procede a balzi, non camminando, interpretato da un Iseya Yusuke quasi mai ben sfruttato e qui pienamente consapevole del suo talento. Gli eroi di Miike non sono mai a senso unico, sono incredibilmente deboli nelle piccole cose e attanagliati dai dubbi, e dialoghi e situazioni si colorano di un'ironia sottile e inattesa.
Sulla colonna sonora
Sobrio ed essenziale anche il commento sonoro, il suono delle spade è estremamente vicino alla realtà, i combattimenti non eccessivamente coreografati, tutto molto naturale e realistico.





















































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