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Attenberg - recensione di bradipo68

autore: bradipo68      
11 febbraio 2012 | InVisibili

Il voto di bradipo68: bradipo68 ha votato Attenberg mediocre stelle

Attenberg

(Grecia, 2010)

Titolo originale: Attenberg

di Athina Rachel Tsangari con Ariane Labed, Evangelia Randou, Giorgos Lanthimos, Vangelis Mourikis


Attenberg è un film che per essere compreso (almeno in parte!) per prima cosa deve essere contestualizzato.

E' l'opera seconda di Athina Rachel Tsangari, già produttrice di titoli come Kynodontas e Kinetta, pellicole dirette da Giorgios Lanthimos, nome di punta del nuovo cinema greco da esportazione, che qui recita nella parte dell'ingegnere che cerca di iniziare alle gioie del sesso la giovane Marina ( Ariane Labed).

E proprio come Kinetta e Kynodontas parla di linguaggio da una prospettiva particolare.

Il titolo del film si riferisce alla storpiatura del nome di David Attenborough, il famoso naturalista, da parte di Marina che spesso ne guarda  i documentari in televisione.

Ed è proprio sulle difficoltà di linguaggio di Marina che si fonda parte del film (direi la principale) che nei suoi duetti con Bella, nei dialoghi col padre e anche in quelli rari con l'ingegnere con cui ha il primo approccio sessuale mai avuto con un uomo, ha un modo particolare di storpiare e modificare le parole che viene fuori allorchè si alza l'emotività o l'argomento si avvicina al concetto straniato di tabù che ha la giovane.

Marina probabilmente ha trovato la persona sbagliata, Bella, per approcciare la propria sessualità, vedi l'incipit che consiste in una lunga sessione di iniziazione al bacio risolta in una serie di tentativi più che altro grotteschi con gestualità animalesche, o i successivi dialoghi sulla sessualità sempre condotti sul filo del paradosso e della deformazione.

Un' "amicizia" che sfugge a qualsiasi tentativo di definizione: fuori luogo anche reperirvi accenti omosessuali perchè in questo modo si riconoscerebbe ai personaggi di Marina e Bella una consapevolezza sessuale che ambedue sembrano non possedere.

Del resto Marina non trova adeguata sponda neanche nel padre, malato oncologico terminale che accompagna alle sedute di chemioterapia, il quale dal canto suo si sente un rifiuto tossico del passato secolo, inadeguato a insegnarle alcunchè in questo campo e che lei, da figlia, vede come un essere asessuato, quindi inadatto a darle informazioni di prima mano su  qualcosa inerente l'altro sesso.

Quindi con l'ingegnere cerca di fare l'autodidatta , anche qui con esiti surreali in scene d'amore di calcolato squallore atto a raffreddare qualsiasi pulsione erotica.

Attenberg oltre al tema dell'iniziazione sessuale, dell'amicizia disturbata del lutto e del rapportarsi ai propri affetti profondi soprattutto quando si sa di perderli a breve scadenza ( la relazione col padre che presto la lascerà) esplora  soprattutto il valore diverso che può avere il concetto di tabù per i vari individui.

Ora se in Kynodontas e anche in Kinetta la ricerca della trasgressione filtrata attraverso un linguaggio traslato o impersonale era specchio di un'urgenza straniante e deformata in Attenberg tutto questo appare poco più che un pretesto per dare in pasto scene "forti" ai benpensanti che si avvicineranno a questo film.

Si esplora il lato animalesco nascosto dietro e dentro l'individuo ma la simbologia è elementare (il leit motiv delle marcette di Bella e Marina a simulare andature animali che a mio parere oltrepassano il limite del ridicolo involontario, i giochi sul letto col padre e anche i calembour verbali "scandalosi" con Bella) e la teatralità dell'impostazione del film non aiuta di certo a rendere il film più fruibile.

Interessante l'ambientazione in una Grecia lontana dallo stile cartolina ma sfondo archeoindustriale ideale per adagiare l'alienazione che esonda dai vari personaggi ma la sensazione che Attenberg sia un tentativo non riuscito di inserirsi nel filone apprezzato del cinema di Lanthimos che credo che non a caso compaia nelle vesti di attore.

Misteriosi i motivi per l'assegnazione della Coppa Volpi al Festivale di Venezia di 2010 per Ariane Labed in una parte che spesso va sopra le righe.

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