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Cigno nero - recensione di Spaggy

autore: Spaggy      
17 febbraio 2011
(aggiornato 20 febbraio 2012) | InSala

Il cigno nero (USA, 2010)
Drammatico
Durata 108'
Regia: Darren Aronofsky
Con: Natalie Portman, Mila Kunis, Vincent Cassel, Winona Ryder, Sebastian Stan, Barbara Hershey, Toby Hemingway, Janet Montgomery, Kristina Anapau, Christopher Gartin
FilmTV assegna il voto sufficiente a Il cigno nero
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Attenzione! Sono presenti spoiler o anticipazioni del finale.

Nina, giovane ballerina, dopo anni di sacrifici, riesce ad ottenere la parte che cambierà definitivamente la sua carriera. Il coreografo di un’importante compagnia di ballo newyorkese la sceglie come doppia protagonista dell’opera di Tchajkovskij, “Il lago dei Cigni”: sarà contemporaneamente Odette e Odile, Cigno Bianco e Cigno Nero, personaggi opposti come il giorno e la notte, la luce e il buio.

Nonostante la perfezione della preparazione classica di Nina le permetta di indossare elegantemente la pelle del Cigno Bianco, la sua rappresentazione del Cigno Nero è alquanto deludente, manca di anima e carica erotica. Secondo il coreografo, la ragazza dovrebbe imparare a lasciarsi andare, a non autocontrollarsi, rispondendo alle perversioni nascoste nei meandri della sua mente, ai desideri più sopiti, di natura erotica e non.

In una continua discesa verso la follia, Nina porterà l’opera in scena ma pagando un prezzo molto alto: uno dei due Cigni annienterà l’altro, in un continuo ribaltamento di ruoli.

 

Cosa c’è di più affascinante di un mondo sconosciuto come quello della danza classica? È un mondo a sé con regole ferree, con un certo ordine gerarchico fatto di maestri di danza ed etoile, con rivalità tra prime donne biologiche e non, con perfezionismi tecnici al limite del maniacale in cui ogni personalità viene annullata dal seguire uno schema già noto, ogni variazione al tema è considerata quasi un reato di lesa maestà. Bene, dimenticate tutto ciò… il film di Aronofsky parte proprio dal concetto di destrutturazione del balletto classico, ne prende gli elementi tipici e li scardina sin a partire dalle inquadrature: se ci si aspetta di vedere intere coreografie, passi di danza perfetti e perfettibili, inquadrature su colli del piede martoriati da esercizi fisici al limite del collasso cardiovascolatorio, si rimane alquanto delusi. Le immagini sono sempre en passant, si inquadra un dettaglio per rimandare all’aspetto psicologico dei protagonisti, soprattutto di Nina: il piede e le scarpette rotte diventano simbolici di una ricerca dell’io stesso piuttosto che del personaggio.

 

Il film vive in bilico, lascia ogni personaggio tra follia e realtà, diventando subito simbolo che procede per dicotomie e dualismi. Immaginazione e realtà, follia e perfezione, verginità  e “vestalità”, erotismo da soft porno lesbo e feticismo, eros e thanatos, sapone e trucco, pelle graffiata e squame tatuate, “Eva contro Eva” ed “Eva contro se stessa”, rosa e orchidea, anoressia mentale e bulimia scenica. È come se si ingoiassero a forza tutti gli elementi disseminati sul campo e li si vomitassero a fine visione a causa anche dell’abbondanza degli elementi visionari, sogni onirici di ossa rotte e piedi palmati e riflessi su specchi noiosamente deformanti, specchi che in continuazione ritornano e ossessionano con l’idea del doppio, mai analizzato nelle sue implicazioni psicologiche. Freud spicciolo e Roshak abusato. Nulla è lecito sapere sulle cause che portano Nina ad essere una “ragazza interrotta”, si accenna e non si approfondisce: si carica la madre di colpe e si assolve la ricerca disperata di fama, si calca la mano sulle rivalità tra ballerine e si giustifica la follia dell’omicidio o l’uso di pasticche che dischiudono nuovi mondi. Si scimmiotta Cronenberg e si finisce imprigionati nei luoghi comuni: madre e figlia che inseguono lo stesso sogno, madre costretta ad abbandonarlo perché incinta, figlia carica di responsabilità e obblighi morali solo per portare a termine un percorso incompiuto, figlia che si flagella e si scortica con le proprie mani come se volesse far uscire l’inconscio dalla propria pelle, figlia risvegliata dal coreografo sadico più perverso che preparato, figlia per cui l’idea di perversione si traduce in sogni di notti a base di droga e sesso lesbo, figlia per cui l’apice è rappresentato dall’abbandono dei modelli, dal tecnicismo della migliore ballerina ormai anziana (Beth) per continuare ad essere in scena al protagonismo di una ballerina non perfetta (Lily) ma capace di suscitare emozioni, figlia che nella sua follia diviene cigno dentro, tra dottor Jeckyll e mister Hyde. Tutto già visto, tutto portato all’ennesima potenza e massacrato, da dramma horror diventa commedia grottesca il cui finale giocato tra luci e ombre, vita e morte, è stato annunciato sin dalla prima scena, con il visionario sogno in cui Rothbart si impossessa del corpo di Odette.

 

 

Bene contro Male, ali luciferine contro ali d’angelo troncate. Piume nere che avvolgono la protagonista scarnificandola e denudandola, trucco eccessivo ed esasperato che rende il tutto carnevalesco e che risolve il dilemma visivo della duplicità in una sega più mentale che manuale.

 

 

Tolto il simbolismo, rimane il vuoto a far da contorno… il salto finale che macchia di rosso sangue il costume bianco di Nina avvolge lo spettatore, rosso e bianco entrano in contrasto ancora una volta. Passionalità ed etereità, ferocia e debolezza, deja vu biblici e sagra della porchetta. Cosa resta a fine visione? Dubbi, tanti dubbi. Bell’esercizio di regia e di fotografia, musiche debordanti e strappate, sceneggiatura labile basata su un assunto portato a termine per intuizione come in teoremi geometrici risolti ragionando per assurdo, cerchi mai concentrici nonostante certi tecnicismi ossessivi. 

 

 

Le ragioni del successo? L’ottima prova della Portman, intensa e sofferta, capace di allargare psicologicamente il personaggio restringendosi anche fisicamente, prestandosi a estenuanti ore di danza classica. Vincent Cassel, diabolico nel suo Belzebù moderno, plasma anche le anime degli spettatori con il suo intenso sguardo, credibile nell’offrire la mela avvelenata ma derisibile nel finale, come se il gesto estremo del Cigno Bianco non fosse diretta conseguenza del suo operato, come se Eva avesse avuto possibilità di scelta.

 

 

Piacerà agli italiani? Si… sarebbe piaciuto di più se ci fosse stata anche Alessandra Celentano. Decisamente sopravvalutato.

Il voto di Spaggy: Spaggy ha votato Il cigno nero pessimo stelle

Il cigno nero

(USA, 2010)

Titolo originale: Black Swan

di Darren Aronofsky con Natalie Portman, Mila Kunis, Vincent Cassel, Winona Ryder, Sebastian Stan, Barbara Hershey, Toby Hemingway, Janet Montgomery, Kristina Anapau, Christopher Gartin
voto sufficiente


 

Commenti

  1. Travis Bickle 1979

    17 febbraio 2011, 14:31 Non sono affatto d'accordo, ma questa è la mia misera opinione.

  2. Spaggy

    17 febbraio 2011, 14:36 Travis, punti di vista... un sonoro 2 è pure troppo... come ho scritto poco fa a qualcun altro, è talmente pregno che diventa vuoto, sterile, non rimane assolutamente nulla a parte la Portman e il simbolismo forzato...

  3. maurri 63

    18 febbraio 2011, 11:39 Ciao, Spaggy! Grazie per aver commentato Il cigno nero: mi sono risparmiato un giudizio (ah,ah!). Già, la penso come te. Aronofsky probabilmente si è lanciato su territori non suoi: perchè, caro amico, la danza, comunque la si metta, appartiene ad una piccola aristocrazia, mentre a me pare che Darren sia un pò il cantore della metropoli sporca. Basterebbe confrontare questo film con il capolavoro di Altman, The company (dove Neve Campbell da ex ballerina rende credibile il gesto corporeo senza imitazioni, mentre la Portman è chiaramente prestata ad un ruolo più imposto - ahhhh, l'Actor'ssss studio...- che pertinente), per comprendere i motivi per cui Il cigno nero è stato accolto con i fischi a Venezia (c'ero, ahem..... ). Ma resto comunque sconcertato: questo regista era tra i miei "futuribili" idoli. Bah! E una stella è pure troppo: trama telefonata, musiche invadenti ma non finalizzate all'uso cinematografico, coreografie mai viste, incapacità di dare un senso all'inquadratura. Perfino la direzione degli attori è insufficiente: Cassel è un gigione fuori parte! E, soprattutto, assenza di idee, nella costruzione della sceneggiatura - la cui ricerca registica, ricordiamolo, è sul quadro d'insieme, mentre lo scrittore lavora sulla singola scena - e nella espressione sequenziale di montaggio (con Rourke, nel suo lavoro precedente, lo stacco era "spalla su spalla"!). Il che mi suggerisce una domanda: ma è lo stesso regista di The wrestler...?

  4. Spaggy

    18 febbraio 2011, 12:00 Maurri, io sono rimasto sconcertato... a parte l'aristocrazia della danza, quello che mi fa più paura è che si faccia passare il messaggio del "capolavoro" incompreso per un film che non sta in piedi, senza testa e senza coda... solo simboli messi a casaccio, per far numero, pathos da melodramma che si risolve quasi in splatter, culto che diventa sculto... io credo che proprio "The Wrestler" abbia dato al regista la mazzata finale, la gloria fa male (come dimostrano altri casi)... La cosa buffa è che per molti passerà il messaggio del capolavoro incompreso... la stella è obbligatoria perché altrimenti non sarebbe passata l'opinione ma credimi ho fatto fatica e capisco a pieno il 2 che Andrea Fornasiero gli appioppa sul "FilmTv" cartaceo... Ma si sa che in molti saranno di parte, un po' come accade con Eastwood, e quindi prepariamoci a prendere insulti da ogni dove... già ieri ho cominciato a raccogliere messaggi in cui mi si diceva che non capisco un bip (parola che termina per azzo e comincia per c) di arte... Bene, credo sia più affascinante una puntata della "Corrida" che questo film di cui salvo solo la povera Portman che recita strafacendo ma di suo, visto che il regista era troppo impegnato a immedesimarsi con il vecchietto della metropolitana...

  5. vurdalak

    18 febbraio 2011, 14:16 non ho visto il film ma mi sa di qualcosa talmente trash da avere un fascino, da seconda serata su italia7. eppure pi greco mi era piaciuto molto

  6. Spaggy

    18 febbraio 2011, 14:22 Vurdalak. la battuta su Italia 7 è fenomenale, me la segno per riciclarla con gli amici ;) Io ho amato "Pi Greco", ho sostenuto la follia visionaria di "Requiem for a Dream", giustificato "The Fountain" e apprezzato molto "The Wrestler" ma ora qualcosa si è rotto: chi fa il passo più lungo della gamba rischia di cadere, nonostante le giustificazioni di chi parla di capolavoro... si, dell'inutilità ;)


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