Ed guarda i suoi attori muoversi sulla scena. Ha gli occhi spalancati e lo sguardo sognante di un bambino che osserva, rapito, le figure fluide e cangianti del suo cartone animato prediletto. I movimenti goffi ed incerti dei personaggi divengono immaginazione reificata e conservano la fantasia necessaria a crearli. Ed li vede come li ha pensati, la realtà non vince sulla fantasia, ma è questa ad impossessarsi di quella, la realtà diviene la festosa proiezione della sua mente. La sacralità della perfezione ammanta ogni cosa e lascia Ed ammaliato e stupito.
Un attore entra in scena, apre la porta con una frenesia eccessiva. Sopra una scrivania giacciono abbandonati degli appunti, li legge e, subito, si porta le mani al volto con un gesto ostentatamente sgomento. Si dirige con passo assai celere all’altra porta, la apre ed urta lo stipite, poi esce barcollante. Quella pantomima goffa e ridicola è, per Ed, il surplus di realtà da donare alla scena, l’errore è entrato nella sua immaginazione e ne è uscito come un orpello. Il suo sogno si sta materializzando e non può che essere perfetto.
Gli interpreti pronunciano a stento le battute vicino ad una lapide malmessa, in un vetusto cimitero da cui si ergono croci inclinate su mucchi di terra incolti. La tensione si tinge di grottesco ma Ed, refrattario al ridicolo, ne assorbe soltanto il tragico e ne è avvinto. Dà il suo assenso più entusiasta e passa alla scena successiva.
Piatti camuffati da dischi volanti volteggiano sopra il plastico di una città, sono davvero come quelli dei fumetti che i ragazzini leggono estasiati. La cinepresa li inquadra, li segue nelle loro evoluzioni, i fari li illuminano e svelano gli esili fili bianchi che li sorreggono, mentre la città è avvolta in fiamme che accendono gli occhi esterrefatti di Ed.
Il film è quasi terminato, mancano soltanto le ultime immagini di Bela Lugosi. L’unico che ha creduto in Edward Wood, anche quando lo deridevano, anche quando l’oltraggiavano. Non importa se il vecchio attore ha simulato un entusiasmo che non poteva avere, non importa, perché lo ha fatto per lui e per l’amicizia che li univa.
Bela raccoglie una rosa, l’avvicina al viso con un gesto leggiadro come l’arte e definitivo come la morte, ne aspira la fragranza e volge lo sguardo a noi. E guarda per l’ultima volta il suo regista che lo riprende con la cinepresa. Ed sa di perdere con lui una parte di sé, una parte che neppure la più fervida immaginazione potrà sostituire.
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Commenti
17 dicembre 2011, 10:53 Bellissimo post,Filmoski,suggestivo e malinconico...
Complimenti!! Ciao,Angelina
17 dicembre 2011, 19:42 Grazie, Angelina.
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