La strada qui davanti è un nastro d’asfalto stretto tra edifici spogli, di quelli che nessuno chiamerebbe case se non si sapesse che ci abita qualcuno. Quei parallelepipedi di cemento ricordano piuttosto le costruzioni grigie ed impersonali, in cui hanno sede uffici comunali od amministrativi. Quando percorro quella strada mi sento un estraneo, estraneo a quegli edifici, ma anche estraneo a me stesso.
A pochi passi da casa mia giace, da qualche giorno, un gatto. Esco e lo vedo lì, rientro e lui se ne sta ancora lì. La sua carcassa maleodorante sembra parte dell’arredo urbano, eppure è un monito inquietante agli occhi di chi lo guarda.
Resto immobile, davanti al piccolo corpo inerte. La sua vista mi è divenuta insopportabile, lo infilo in una busta con cautela e mi dirigo al citofono più vicino.
“Ho trovato un gatto morto, è suo?”
Si sente riappendere la cornetta del citofono, provo in un’altra abitazione. Una voce mi dice che il gatto non è suo, ma forse appartiene a qualcuno che abita lì, in quel quartiere. Suono un altro campanello, nessuna risposta. Rifletto stancamente su cosa sia più opportuno fare, apro un cassonetto dell’immondizia e butto il sacchetto con il suo funereo contenuto.
Oggi è una giornata come tutte le altre, più tardi andrò al lavoro come faccio sempre. Lavorare alla sala del bingo non è un cattivo impiego. Il campanello suona, non aspettavo nessuno, non c’è mai nessuno che venga a farmi visita. E’ una donna, la mia vicina, spesso la spio mentre rientra a casa, forse l’ultima volta che l’ho fatto se n’è accorta. Esco.
“Mi hanno detto che ha trovato un gatto”
“Sì. Mi dispiace, era morto”
“Dove lo ha sepolto?”
“Non l’ho sepolto”
“Non l’avrà mica buttato nell’immondizia?”
La donna, ora, è alterata. Mi sento in imbarazzo, come mi sentivo da piccolo quando mio padre mi rimproverava: “Era soltanto un gatto”.
“Lei è un mostro”, mi risponde furiosa ed io resto lì a guardarla mentre se ne va e, sebbene io sappia di aver fatto la cosa più logica, mi sento terribilmente in colpa.
Mi sento solo, lontano da tutti quelli che mi circondano, lontano dai colleghi di lavoro, lontano da qualunque persona incontri. Sono come quel gatto morto, un corpo abbandonato ed inerme. La gente passa, mi vede e finge che io non sia là. Un passante mi osserva, ma non gl’importa che io sia vivo o morto, non gl’importa nulla di me. Io resto là, ogni giorno ed ogni notte, a testimoniare la mia inutilità, finché qualcuno si deciderà a gettarmi via, come un gatto morto.
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Commenti
4 gennaio 2012, 22:03 Oddio Filmoski, che bel post che hai scritto. Quando vedo un gatto morto su un ciglio penso sempre che qualcuno in una casa sarà molto triste per molti giorni. ;)
4 gennaio 2012, 22:25 Veramente toccante,hai trattato in un piccolo racconto il tema di come da alcune azioni compiute per un istinto altruistico possa nascere a catena un meccanismo distruttivo che si abbatte proprio su chi non voleva fare nulla di male o quantomeno sconveniente.E' stato bello leggerti.
5 gennaio 2012, 20:44 Grazie per i vostri commenti, Maghella e Bufera.
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