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Cine Republic || il blog collettivo di FILM.TV


Conobbi Michael Mann in una notte in cui la Luna arse nel suo metallo

autore: Travis Bickle 1979      
6 novembre 2010
(aggiornato 7 novembre 2010) | Registi

Ogni regista ha la sua peculiarità, il suo osso sacro, la fragilità della sua forza, anzi la spina dorsale su cui imbastisce la sua figura. Il centro nevralgico.

Se David Lynch è stato il visionario del “nuovo”, se Cronenberg un architetto del delirio, l’incubo che squarta le nostre certezze, se De Palma un labirintico indagatore della psiche, un astruso clown dal sorriso malinconico, Michael Mann è senza dubbio un poeta del romanticismo.

Niente è più incontrovertibile.

Michael Mann è la ricerca, o meglio il perfezionamento di una tecnica, di un enigma che dorme tra i ventricoli del Cuore.

Che spesso viaggia nella sua mente, come il suo Cinema, liquido, abbagliante, crepuscolare, a tratti nebuloso, con spruzzi di Sole nell’ardente notte selvaggia.

 

Forse, una cosa che è sfuggita a molti, e credo sia evidentissima, sebbene "coperta" dall'azione, spesso centrifuga, è una: Michael Mann gira sempre lo stesso film. Un po' quello che accade ai grandi artisti e Mann, a suo modo, originalissimo, lo è, senza dubbio circoscrivibile entro questa definizione, se per artista, mi sia concessa la digressione retorica, parliamo del "factotum". O di uno Sguardo, che ripeto, ai limiti della noia, ma le didascalie contano, spesso e volentieri, ripeto: Michael Mann lo possiede, anzi se ne deterge. Ed il punto nevralgico, il fulcro attorno al quale ruotano le sue storie, spesso epiche, corali come in Heat è uno: la duplicità, il confronto/scontro, la nemesi, l'antitesi. Due uomini, a volte colleghi, a volte su fronti opposti che si scoprono simili, in qualche misura "congruenti". Una sorta di metamorphing face/off. Anche nei film dove c'è un "eroe" senza controparte, assistiamo alla stessa regola. Un uomo contro la sua natura, fra l'essere e il non essere. E alla fine trova se stesso "com-baciandosi", un amico-nemico della propria individualità.

 

Cito, non a caso, film che sono posteriori agli anni ’80, il periodo che stiamo trattando.

Infatti, chi poteva prefigurarlo?

Solo chi vede lungo con fiuto da detective. Che anticipa le mosse a(v)enire. Chi avrebbe scommesso che l’ideatore ed il costruttore visivo di Miami Vice sarebbe diventato un nome cardine, “di punta”, anzi angolo di diamante del Cinema odierno, meglio contemporaneo, estendendo con questo termine il “futuro prossimo” con la sua avanguardia?

Una serie televisiva come tante che imperversavano all’epoca, “né più né meno”.

Ma ecco, fin dapprincipio il colpo di genio.

Non una semplice avventura Starsky & Hutch, ma molto di più.

Un buddy-cop originalissimo, dove quel conta non sono le battute né la storia, ma l’ambientazione, lo scenario, le strade di fuoco di Los Angeles, il mare con la sua “flemma” catartica, l’odore pulsante di un Cielo rosso, come il sangue virginale di innocenti, di pelle nuda, nel tramonto, trafiggersi col proprio carisma, don-dolando come Don Johnson, che conserva tra la mestizia della sua strafottenza il dolore, il marcio, la vita che deflagra di rabbia e violenza.

Un “compitino” per il grande passo. Tutto in sordina, quasi nessuno se ne accorge.

Arriva Thief, da noi Strade violente, thriller-capermovie dai toni jazzistici.

Uno scassinatore che fa conti col passato e con quel che (av)verrà.

Tutto ha i contorni dell’attesa, che prima o poi, come una lama del rasoio, deturpa il liscio candore, e lagrimi sudore freddo, acchiappando un’anima, la tua, che svanisce.

Qualcosa funziona ma va storto lo stesso, i tuoi occhi non mentono.

Scende la sera coi suoi rimpianti ed il volto della verità, che non dà tregua.

 

Poi Manhunter, in nuce tutto Michael Mann, insindacabile.

E’ presto detto.

Mann elabora il proprio stile, che non è solo questione di diaframma e luci, ma un vero “paradigma” del lessico cinematografico.

Mann è forse uno dei pochi precursori della “complessità”. I suoi personaggi negativi non sono macchiette su cui accanirci, ma spesso, come in questo film, sono pressappoco identici all’eroe.

Speculari in qualche modo.

 

Tratto dal celebre romanzo di Thomas Harris "I delitti della terza luna", Manhunter rimane a tutt'oggi un film, a mio avviso, incompreso.

Oggi è stato a ragione riabilitato fra i grandi polizieschi della storia del Cinema.

Impone la sua cifra stilistica, un Cinema fiammeggiante, lisergico, concitato, epico e lirico. violento. Lo ripeto, ma dove, come insegna chi ha occhi non distratti, la violenza è sempre “sulfurea”, si mesce alla “trasparenza”. All’invisibile che tange.

Di una violenza epidermica. Marchiata a sangue, introspettiva, agghiacciante nel suo livido terrore.

Che riflette l’abrasiva voce di corpi nudi, dipinti con maschere tatuate, con garze da Carnevale funebre.

Senza respiro, angoscia, tremolii, passi incerti, spari, boati e grida innocenti nel “frastuono” del silenzio.

Il rumore assordante della miseria umana, il profumo mistico dell’al di là, che capti, arresti nella tua anima e poi ti lib(e)ri. Ostaggio e preda della tua “vigliaccheria”, del tuo narcisismo, del gracchiante nervosismo delle tue vene, odore di sangue che non coagula, ansima, quasi un mormorio acceso. Poi… deflagra, spezza i muscoli, furenti contorsioni di ardore.

Un Cinema “termometro”, calore che sale-(a)scende.

L’equilibro che si divelse, e bofonchia un dolorifico brusio. Mentre la Luna illumina “zombie” in processione, il fato (ir)reversibie, anime incroci-ate. Nel tiepido nitore. Nel traffico osmotico, dove il caos genera orgasmi, sguardi di sfida od amichevoli complicità. Baci dal suono stridulo, inafferrabili, come mercurio purpureo.

Manhunter non solo pone le basi concettuali di un nuovo modo d’intendere il thriller psicologico, ed in questo consiste la “banalità della rivoluzione”, riscrive tout-court la sintassi del duello buono/cattivo. Depianifica la “regolarità”. Nell’ovvio che non (lo) è, o meglio si trasforma, mut(u)a.

 

Pecco volutamente di ridondanza, e vi scoccio con un’altra ripetizione, spero non vi offenda.

Ma è un delitto che compio per chiarezza, concedetemi la grazia del perdono. E mi lancio in una considerazione didascalica, fors’anche irritante.

Mi aggancio al discorso iniziale per dar conferma che Mann è colui che meglio incarna le (a)simmetrie, i giochi simbiotici fra identità senza volto.

Dente di Fata è un uomo “disturbato” che ha modificato la percezione della realtà adattandola al suo sembiante.

Il detective Graham è un “disturbato” di riflesso, per troppo contatto con la “malattia”, per vicinanza e fascinazione.

Ciò che lo ripugna, in quanto contrario, lo attrae, tanto da (in)vestirlo di un’anima buia, inquietante, sul limite del “sorpasso”.

Manhunter non è solo un gioco hide and seek, ma una metafora sull’eterno scontro della dualità. Del ciò che (non)siamo, ma potremmo, se azzardassimo alzar il grado del “control”, o forse già dentro di noi.

L(i)evità.

 

Anche quando la quiete assorbe i dubbi, le frenesie, l’acquiescenza del nostro respiro.

 

Da allora Michael Mann è il regista più innovativo, nella sua anticonvenzionalità, del Cinema d’oggi.

Nel suo (re)iterarsi si compie.

 

Guardami, non (s)fuggi(amo).

Guardami.

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