Un virus letale ed estremamente contagioso si sta diffondendo in tutto il mondo. Una volta contratto, i sintomi sono quelli di una forte influenza (tosse, febbre alta) ma il decesso avviene in poche ore. Il primo caso accertato è quello di Beth (Gwyneth Paltrow), che di ritorno da un viaggio ad Hong Kong contagia anche il proprio figlioletto. Della famiglia sopravvive solo il marito Mitch (Matt Damon), apparentemente immune. Intanto l’OMS e i governi di tutto il mondo tentano di arginare la catastrofe umanitaria…
Steven Soderbergh è una testa calda, lo sappiamo. Il suo stile frenetico, documentaristico e prolisso che ha rovinato, appesantendoli, molti dei suoi lavori precedenti (The Informant! era una noia mortale, ma anche i capitoli 2 e 3 della saga di Ocean, per non parlare del dittico sul Che) si temeva potesse far traballare anche questo suo ritorno alla grande produzione, che aveva dalla sua una storia di partenza non originale ma potenzialmente nelle sue corde. E la prima sorpresa è che Soderbergh stavolta non ha voluto strafare. Incisivo, secco, essenziale: lo stile registico del regista di Atlanta stavolta non si perde in chiacchiere, anche grazie alla sceneggiatura precisa di Scott Z. Burns (la sua penna era anche l’unica cosa che salvavo in The Informant!). Il suo tocco di autore-a-tutti-i-costi ricompare solo, esattamente come in Traffic, nelle differenze di fotografia che distinguono le varie storie dell’impianto corale. Inutile? Abbastanza, ma almeno questo concediamoglielo.
Tanti personaggi, nessun protagonista. Dalla faccenda intimista di una famiglia costretta ad isolarsi dal mondo (Matt Damon impedisce alla figlia maggiore di vedere il suo fidanzatino) al blogger che si erge a profeta e vuole far luce sui segreti che il governo cela agli infetti (Jude Law), fino alla ricercatrice che mette in pericolo sé stessa pur di trovare un vaccino (Jennifer Ehle). Soderbergh punta sulle nostre paure, e chi già ha la fobia dei germi e dei batteri e viaggia con l’immancabile Amuchina in borsa avrà pane per i suoi denti: tutte le volte che ci tocchiamo il viso ogni giorno, tutte le volte che mettiamo le nostre mani in posti dove chiunque altro può averle posate, tutte le volte che urtiamo contro degli sconosciuti, potremmo essere infettati. Contagion, alla luce anche di recenti gridi di allarme occorsi in occasione dell’H1N1 e della suina, citate direttamente, punta proprio sul “quotidiano”. Lo svolgimento del plot non riserva poi molte altre sorprese e risulta più convenzionale, e Soderbergh si permette tranquillamente di far morire le sue mega-star dopo che hanno pronunciato sì e no mezza battuta, facendo fare la figura degli eroi a degli attori sconosciuti: ci piace anche per questo. Alcune sottotrame sono poco sviluppate (quella della Cotillard) e alcuni passaggi sono un pochino frettolosi, ma il finale, in cui torniamo al Giorno 1 dell’epidemia (il film inizia il Giorno 2), è una conclusione col botto per un film non rivoluzionario né particolarmente originale, ma che è soltanto buon cinema.





















































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