Regia: Peter Greenaway
Gli usi e gli abusi della comunicazione attraverso il telefono sono il tema di questo cortometraggio del periodo "strutturalista" di P. Greenaway, gli inizi di una carriera che ha fatto fino ad oggi della sperimentazione a tutti i livelli il proprio obiettivo linguistico ed espressivo. Nel suo cinema convivono realtà e fantascienza, razionalità matematica e irrazionalità dell'incontenibile, scientifica osservazione, tragedia e ironia, ossessione determinata e imprevedibilità del probabile, verosimiglianza e assurdità. Anche una serie di cabine telefoniche londinesi è un mezzo di traccia, di struttura formale per costruire un'opera d'arte, magari camuffata da bollettino, da falso documentario che rivela così il suo carattere fantasioso e al limite tra credibile e fuori dal comune. Questa traccia rigida e futile dà il via ad una organizzazione del reale e della visione, un'armonia che è quello che l'arte, in vari modi, cerca da sempre, anche per contrasti e contraddizioni. All'interno di questo schema però il collante è costituito da aneddoti, storie di persone che hanno un rapporto paraddossale e patologico con il telefono, sviluppando un senso di amaro straniamento di fondo, forse anche un messaggio critico velato e pure attuale, con atmosfere rarefatte, rumori isolati, voce fuori campo impassibile, personaggi che non si vedono mai, come inglobati dagli stessi meccanismi dei telefoni, voci alienate di un ricevitore in un sistema autoinflitto, primi esempi di una lunga serie di costruzioni artificiali e mentali che l'uomo si impone per costringere il mondo esterno. 9























































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