Siedo su uno sgabello, le gambe oscillano fino a trovare un appoggio, una mano riposa sul ripiano a muro e con l’altra giro nervosamente il piccolo cucchiaio argentato, il caffè sfiora i bordi bianchi della tazzina lasciando un’impronta marrone zuccherosa. Gli occhi vacui si spengono sulla parete bianca, la mia convitata muta.
“Amico”, sobbalzo, mi desto dai miei pensieri vani e volgo il capo a quella voce inattesa. Una vigorosa mano d’ebano si protende verso la mia solitudine, l’afferro e solo ora vedo il volto sorridente d’un venditore africano. Mi offre calze in confezioni di plastica trasparente, accendini colorati, braccialetti di perline ed io rifiuto con un malcelato senso di colpa, mi chiede un euro, glielo porgo, mi ringrazia.
Ed in quel momento scorgo lo sguardo del barista, freddo ed inquisitorio, tacendo mi rimprovera di non aver rispettato la distanza tra noi Italiani con un portafogli in tasca ed un arrivederci alle spalle e loro, gli altri. Ricambio lo sguardo e lui abbassa gli occhi, gli s’arrossiscono le guance e le sue dita battono nervose sui tasti di un registratore di cassa. Il venditore ambulante se ne va, è ora che me ne vada anch’io. Non ho tenuto la giusta distanza, come il protagonista del film di Mazzacurati, e come lui ne sono soddisfatto.




















































Commenti
29 ottobre 2010, 22:15 Bellissima condivisione e riflessione.
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