François Truffaut, Portraits Volés (1993)
Regia : Serge Toubiana, Michel Pascal
Fotografia : Maurice Fellous, Jean-Yves Le Mener, Michel Sourioux
Suono : Dominique Levert, René Levert, Pierre Lorrain
Montaggio : Dominique B. Martin
Testimonianze di : Fanny Ardant, Olivier Assayas, Alexandre Astruc, Nathalie Baye, Janine Bazin, Claude Chabrol, Gérard Depardieu, Claude de Givray, Claude Grualt, Claude Miller, Madeleine Morgenstern, Marcel Ophüs, Marie-France Pisier, Eric Rohmer, Bertrand Tavernier, Ewa Truffaut, Laura Truffaut, Robert Lachenay
Produzione : Chrysalide Films, France 2 Cinéma, INA Enterprise, Maecenas Film. Première, Canal+
Distribuzione : AAA
Durata : 93’
Origine : Francia 1993
Si tratta certamente di un film “invisibile”, anche se indubbiamente un po’ stagionato, si potrebbe osservare con qualche ragione.
Perché lo recupero adesso? Soprattutto perché si tratta di un interessante “tributo” fatto da Toubiana e Pascal più o meno a 10 anni di distanza dalla prematura scomparsa del regista, per ricordare e celebrare l’arte e la storia (pubblica e privata) del grande François Truffaut, che meriterebbe di essere riscoperto e riconsiderato.
Basta guardare la quantità (e la qualità) dei tributi presenti nella pellicola per comprendere la validità e l’importanza di un documento sia pure ormai un po’ storicizzato, che ha circolato però poco e male qui in Italia (a Firenze è transitato nel 1993 dal cinema Alfieri grazie a Aldo Tassone, nella rassegna annuale – che ormai purtroppo fa parte dei nostalgici ricordi – di France cinema)..
Io l’ho visto ovviamente (altrimenti non potrei parlarne) e posso assicurarvi che questo film inchiesta basato sulle dirette testimonianze di persone in parte celebri e in parte sconosciute, ma che hanno avuto tutte con Truffaut relazioni fraterne, filiali, amorose o semplicemente lavorative, è di straordinaria rilevanza e del suo lavoro.
Un film particolarmente appassionante, per altro, nonostante la sua struttura documentaristica, che Daniel Toscan du Plantier definì, al momento della sua distribuzione in Francia, degno di uno dei modelli di Truffaut, il grande Hitchcock, e con un finale sorprendente che diventa la chiave per comprendere una vita e un’opera già iscritte nel Pantheon della settima arte.
Il cinema di Truffaut raccontato dunque attraverso la sua vita: la mancanza d’amore che aveva segnato dolorosamente l’adolescenza del regista, i sentimenti di abbandono e di tradimento che la caratterizzarono, furono indubbiamente il motore principale della sua straordinaria creatività artistica, nutrita abbeverandosi alla fonte dei suoi padri elettivi (Hitchcock appunto, ma anche Rossellini e Renoir) e incoraggiata dall’uomo che li riassunse tutti, André Bazin (colui che riuscì a capire un ragazzo ribelle, e a indirizzare quel giovane sbandato già così provato dalla vita, verso il cammino dell’arte cinematografica). E’ appunto questa la traccia che emerge prepotente dalle parole e dalle immagini di testimonianze documentate e “dirette” di chi lo aveva conosciuto così bene da riuscire a “penetrarne” l’anima.
Sono le sue donne, sua moglie, le sue due figlie, ma anche i suoi amici, che ci rammentano e raccontano questa sua costante, insaziabile ricerca d’amore (che rappresentava un “bisogno” profondo, compensativo di una mancanza infantile così lacerante) che è il reale filo conduttore di un’opera in cui realtà e finzione (merito della “fusione” che riescono a farne Toubiana e Pascal) si mescolano a tal punto, così indissolubilmente,da non potersi più distinguere l’una dall’altra.
Ma la serietà dell’inchiesta (ce lo ricorda saggiamente sua figlia Laura) non deve farci dimenticare o far passare semplicemente in secondo piano, la volontà di François di alleggerire la vita proprio attraverso il cinema, proprio così come ha fatto con tutto il suo percorso creativo..
L’enfant savage del cinema francese dei suoi tempi, è riuscito così con il suo troppo breve ma intenso passaggio, a diventare il saggio padre delle generazioni successive, trasmettendo e tramandando non solo la magnifica qualità della sua arte, ma anche la passione per il piacere, la sensualità, e il suo continuo vagabondare in una costante e continua ricerca di una (im)possibile — duratura – felicità.
Per rendere più chiara l’importanza del documento di Toubiana e Pascal, trascrivo qui di seguito alcune dichiarazioni tratte dal film:
- I suoi genitori non c’erano mai… François non era per niente legato alla sua casa. Compensavamo questa mancanza di affetti con la nostra amicizia, ci sostenevamo l’un l’altro, ci riscaldavamo moralmente. E sempre senza piagnucolare sull’abbandono familiare. Dal momento che la vita materiale ci era piuttosto ostile, il cinema e la lettura erano il nostro rifugio. Ci davamo appuntamento al cinema Champollion e sapevamo che là avremmo passato la giornata. (Robert Lachenay)
- François ha sempre tentato di esorcizzare una adolescenza da sbandato durante la quale ha rischiato di diventare un criminale. Tutta la sua vita, tutta la sua opera, sono state accompagnate da questa ossessione dell’autore maledetto del “ragazzo cattivo”, che lui si sforzava di nascondere. (Alexandre Astruc)
- Ho sempre pensato che l’originalità di François fosse dovuta, almeno in parte, al fatto che molto presto, lui si trovò con le spalle al muro… Non poteva più fare marcia indietro, e così fu obbligato ad andare avanti. (Claude de Givray)
- E’ vero quello che si dice, che noi lo abbiamo tirato fuori dai pasticci . Ma, di fatto, abbiamo tirato il numero buono, perché quei due anni con François sono stati assolutamente felici. Aveva tutto per piacere: era un misto di timidezza, di insolenza, fascino e “sauvagerie”. Era straordinario. (Janine Bazin)
- All’epoca tutti pensavano che sarebbe stato Godard il primo a passare ai fatti Ma alla fine fu François, che non esitò a rischiare la sua vita… (Claude Chabrol)
- Tutto diventava materiale per il cinema: le sue esperienze amorose, tutte le sue avventure più o meno felici o ridicole con le donne, quelle più o meno appassionate, più o meno meravigliose. (Jean Grualt)
- Quando scoprì che il suo vero padre era ebreo, forse ne fu sorpreso, o forse no. Forse, in fondo, ne fu felice… Non ci parò mai di suo padre, non ci disse che lo aveva ritrovato. Non sapevamo che aveva un padre vero e uno falso… Io sono rimasta molto colpita perché so di portare un nome che non è il mio. (…) Nutriva i suoi film delle sue idee, dei suoi pensieri, dei pensieri e delle parole di quelli che gli erano vicini… Quando Laura, Madeleine ed io, e le atre donne che hanno condiviso la sua vita, e tutte le persone che erano in intimità con François vediamo i suoi film, scopriamo molte più cose degli spettatori e dei critici. (Ewa Truffaut)
- Ho un po’ la sensazione che fosse un uomo che ha speso molte energie per placare la sua violenza, organizzarla… (Nathalie Baye)
- Mi rendo ben conto che c’era in lui una componente di gravità, ma, per me, era comunque lo humor a prevalere… Ed è così che l’avrei descritto: festoso, con la volontà di alleggerire le cose…(Laura Truffaut)
- Non so se aveva il presentimento di morire giovane. Però dava l’impressione di consumarsi, di bruciare intensamente… (Ewa Truffaut)
- Per tutta la vita ha cercato di essere amato. La sua pena più vera, la lacerazione più profonda era quella con sua madre. Davvero pensava che lei lo avesse cancellato dalla sua vita. (Madeleine Morgenstern)
- Amava sua madre e sua madre lo ha respinto. Nei rapporti d’amore, questo abbandono lo ha accompagnato per tutta la vita. (Robert Lachenay)
- « La femme d’à côté » o « Les deux anglaises et le continent » sono film con una sofferenza abominevole, in cui i personaggi sono fisiologicamente malati d’amore. Uno stato che provoca vomito, svenimenti: la passione al più alto livello di sconvolgimento. (Claude Miller)



























































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