Qualcuno di voi, leggendo le recensioni, di me e Valerio, sui film della stagione appena trascorsa, si sarà accorto che, alfabeticamente, avevamo tralasciato un titolo importantissimo.
No, non è vero, non c'era affatto sfuggito.
Semplicemente, abbiamo ritenuto, doveroso, collocarlo in una posizione privilegiata, fuori da ogni "indice".
Così, come era avvenuto, per il titolo di David O. Russell, che aveva inaugurato il nostro "Dizionario".
Due recensioni che mirano soprattutto alla fenomenologia di Facebook, perché c'è parso pleonastico concentrarci, se non con incisivi accenni, sulla pellicola di Fincher, già opportunamente, come ribadiremo, "oscarizzata" a piena ragione.
The Social Network di David Fincher
Difficile aggiungere qualcosa senza rischiare di essere prolissamente ripetitivi, su un film importante come questo sul quale si è già detto e scritto davvero tutto, e che al di là dei suoi valori intrinsechi (cinematograficamente parlando) ha un notevole valore "documentale", visto che fotografa, come meglio non sarebbe stato possibile fare, un avvenimento fondamentale del nostro presente che è stato capace di determinare modificazioni profonde nella vita di ciascuno di noi, non tutte in positivo, mi verrebbe semmai da sottolineare.
Forse allora, è preferibile cercare di soffermarsi proprio su quest'ultimo concetto, visto che il successo e i riconoscimenti che ha avuto l’opera sono tutti ampiamente meritati, e che l’importanza di ciò che ci viene mostrato "crudamente", è anche e soprattutto di carattere sociologico e di costume, considerato che, il plot ufficiale della pellicola, svincolato dall’attualità, risulterebbe persino abbastanza convenzionale nel suo incedere, e si potrebbe molto semplicemente sintetizzare semplificando un tantino le cose, come una storia di amicizie e tradimenti che si riassume per sommi capi in quella di un giovanotto che, per vendicarsi della ragazza che lo ha lasciato, decide di sputtanarla via web… inventando però così ,quasi incidentalmente, un fenomeno di massa come Facebook. Saranno poi le conseguenze che ne derivano a fare la differenza, strettamente connesse come sono, con i ricavi del colossale affare che è stato messo in movimento, e sfociano alla fine inesorabilmente nelle lotte fratricide deontologicamente scorrette e prevaricanti, combattute all’ultimo sangue per riuscire a prevalere sui più deboli da estromettere senza pietà, per accaparrarsi così, più o meno in esclusiva, perlomeno la fetta maggiore della proprietà, e di conseguenza la garanzia di poter gestire in autonomia gli introiti miliardari che produce.
Non ho letto purtroppo il libro di Ben Mezrich "The Accidental Billionaires", da cui il film è tratto, e quindi i riferimenti sono sempre e solo alla bella prova dell’adattamento cinematografico che ne ha fatto David Fincher, che ha raccontato le cose "registrate" prioritariamente dal punto di vista osservativo di Eduardo Saverin, l’iniziale socio di Zuckerberg (e anche l’effettivo artefice dell’algoritmo all’origine del sito), che Mariuccia Ciotta ha definito "da innamorato" respinto, sedotto e poi abbandonato per essere sostituito dal più macho e affine Sean Parker, il mago di Napster.
La modalità della rappresentazione è comunque tutt’altro che scontata, capace in un certo senso persino di "superare" la tradizionale percezione dello spazio con scavalcamenti di campo e particolari angolazioni di ripresa che vanno al di là del pedissequo utilizzo del campo e controcampo, che aiutano a spezzettare il procedimento della messa in scena, del più lucroso affare del ventunesimo secolo, in molti frammenti "ricompositivi" alla ricerca di una "verità", con un percorso narrativo in gran parte affidato alla travagliata trafila dei ricorsi e delle udienze secondo le consolidate procedure dei processi che si consumano nelle aule giudiziarie statunitensi e il supporto straordinario di una efficacissima colonna sonora curata da Trent Reznor e Atticus Ross ben miscelata con stridenti, innaturali, artificiose suonerie che sembrano davvero provenire direttamente dal computer.
Quasi una sorta di doppio dispositivo dunque, che alterna in differenti piani la visione utilizzando segmenti rivelatori che, di volta in volta, prima raccontano e poi confermano la veridicità del narrato, mentre la progressiva evoluzione dinamica di una "creatura" tentacolare come quella messa in piedi (ricostruita spesso attraverso le sequenze girate intorno al tavolo degli avvocati delle parti avverse), si espande lentamente (ma implacabilmente) da Harvard fino a invadere e "contaminare" tutto il mondo.
Se non fossimo tutti "tragicamente" coinvolti in questa realtà virtuale che ci ha risucchiato con le sue spire tentatrici e che ci induce a passare più tempo smarriti nella rete anziché nella vita concreta dei rapporti di interscambio e di conoscenza effettiva delle persone e delle cose, alla ricerca costante di nuove "amicizie" (se così si possono davvero definire, perché Facebook ha stravolto notevolmente anche il senso effettivo di un concetto importante come questo rendendolo più epidermico e superficiale, e quindi svuotandolo di senso), a scaricare file (di musica, di immagini) o a strutturare spazi creativi spesso più autoreferenziali che effettivamente necessari per "esibirsi" pubblicamente, rispondendo a quella necessità ormai diventa irrinunciabile di "apparire" per essere, ci sembrerebbe davvero persino fantascienza tutto questo (almeno per quelli della mia generazione, che comunque, detto per inciso, si sono lasciati ugualmente irretire nel vortice…), e questo è l’aspetto per me più singolare, importante ma anche preoccupante, che la pellicola ci aiuta a decodificare e a stigmatizzare (se ancora c’è qualcuno che ha voglia di fare un minimo di autocritica).
Per sottolineare meglio cosa ho inteso dire, preferisco ricorre ancora una volta all’ausilio delle parole di Mariuccia Ciotta, che ben chiariscono, dando una spiegazione certa, come sia stato possibile arrivare a questo (non discuto ovviamente sulla genialità di una intuizione, che si è dimostrata però anche, questione di punti di vista, dirà qualcuno e non lo metto certamente in dubbio, diabolicamente perversa). Mi riferisco ovviamente alla creazione di questo nuovo e a quanto sembra inesauribile business inventato per fare miliardi senza vendere nulla, se non le menti e le identità dei navigatori. Basta allora con l’illusione romantica di una rete condivisa gratuita e pubblica, David Fincher non ha dubbi su questo e racconta e documenta con ritmo serrato (red cam) e dialoghi affilati (Aaron Sorkin, creatore della serie Tv "West Wing") la genesi (2004) del sito più ciccato al mondo, e il suo sguardo è tutt’altro che condiscendente e conciliativo. Ci sarebbe dunque molto da riflettere (e da inorridire, di noi stessi naturalmente, dopo aver visto questa pellicola, ma immagino anche dopo aver letto il volume di Mezrich), perché sorprende soprattutto la "pochezza" del punto di partenza a cui ci siamo praticamente tutti adeguati e sottomessi, che è stata poi quella davvero minimale di voler classificare le studentesse più scopabili dell’università di Boston…(sic!). Un dato politico e sociologico, sul quale si è preferito spesso sorvolare continuando a esaltare invece, virandoli solo in positivo, i fenomeni che ne conseguono e che stravolgono le percezioni e soprattutto i rapporti interpersonali del nuovo millennio quasi completamente connesso e asservito alla realtà virtuale della rete.
Per evidenziare ancora di più la mia posizione abbastanza critica (e di disagio) rispetto al fenomeno (dentro al quale comunque mi sono anche io comodamente ritagliato uno spazio adeguato di "presenzialismo"), citerò qui di seguito il paragrafo conclusivo del pezzo scritto da Davide Turrini su "Segnocinema", che, per la sua chiarezza programmatica, credo non abbia bisogno di ulteriori commenti o precisazioni: Quando Zuckerberg paragona l’invenzione di Facebook all’invenzione di una sedia, pecca di una tale, immorale deficienza sociale e culturale, da fare quasi pena. Se accettiamo di considerare (…) che quello che Zuckerberg dichiara è davvero quello che pensa (e non credo ci debbano essere dubbi in proposito, aggiungo io), allora dovremmo immediatamente accorgerci della trappola in cui siamo stati immersi a forza, nell’ennesimo trucco di un capitalismo in fase di degenerazione avanzata per cui basterebbe un click (disabilitare Facebook) per ridurlo in cenere. PER POI RITROVARE FINALMENTE LA LIBERTA’ DI REICONTRARSI FUORI DA QUALCHE SALA CINEMATOGRAFICA A PARLARE DI CINEMA E QUISQUILIE VARIE SENZA L’AUSILIO DI UN INVADENTE POST.
Mi fermo qui ovviamente (non voglio essere eccessivamente pedante). Aggiungo, solo in conclusione, che si tratta di un titolo davvero da non perdere (e se possibile da metabolizzare seriamente) che ci permette di verificare l’esistenza, al di sotto della superficie, di un cinismo prepotente e di un calcolo commerciale che ci rende davvero merce di scambio a nostra insaputa, visto che siamo poi noi a fornire tutti gli elementi che servono per creare inesauribili archivi di conoscenza da utilizzare a piacimento in questa specie di schedatura di massa, con una messa in scena di esemplare lucidità e pochissimi peli sulla lingua, e soprattutto sorretta da uno stile rigoroso e ineccepibile oltre che da una recitazione altrettanto straordinaria, a partire da quella dell’eccellente protagonista Jesse Eisenberg, che riproduce magnificamente lo squallore interiore dell’infingardo traditore che è chiamato a interpretare, fino a fare di Zuckerberg un amorale e spregevole opportunista, infido e pidocchioso. Non gli sono comunque da meno il (non sempre) remissivo Eduardo Saverin di Andrew Garfield, desideroso di stabilire verità negate, e il Sean Parker di Justin Timberlake. Da ricordare anche le ottime prove di Armie Hammer (Cameron e Tyler Winklevoss) e Max Minghella (Divya Narendra).
(Valerio Vannini)
Anche i geni soff(ri)rono, "giacendo" nella creazione di Facebook, macchina miliardaria per "nerd" già uomini
Sempre più deluso, con le ossa rotta, anima che vaga senza meta, mentre gli altri si prefiggono obiettivi in cui tu arrancheresti, perché propendi sempre per altre vie, altra immaginazione che non ha nulla da mischiarsi ai boati, ai fischiettii, al baciarsi le mani fra confraternite dove ognuno pare voglia affermare il proprio valore per affermarsi, per poter ambire a ragazze più "scopabili", studenti di Harvard col chiodo fisso del traguardo da raggiungere, abituati a lottare per apparire, etichetta da esporre per la mercanzia della propria anima che, già "bollita", oscenamente tatuata in "amenità" dell'estetica imposta, del gusto lezioso, dell'appeal per avere, mercanteggia il proprio successo navigando dall'interno.
Famiglie d'alta borghesia che pare abbiano inculcato ai figli il motto "Vai e uccidi", integerrimi alla morale che se non hai non sei nessuno, imbrigliati in corridoi asettici dove pare che si respiri solo quello che altrimenti sarebbe uno "scodinzolio" leggero del Cuore, conciati a festa per tante belle fighe, pronte a spolparle, a "pedofilizzarle", a incarnarsi nella "mastodontica" lussuria del possesso, mai vinti ma avvinti da desideri di erotismo, anche quando si pronuncia silenzioso fra rossetti intonati con gli abiti, scaricati o frustrati, alla ricerca di un'"invenzione", di un'idea geniale che possa dar loro l'appellativo di "geni". Artisti dell'eloquio e della perfezione formale, "intonsi" in vesti già burocratizzate, svaniranno come un rimpianto, teso e morbido, mentre il Giorno acquieterà un'altra delle loro ansie, maciullandone la "mostruosità".
(Stefano Falotico)
Un post di Stefano Falotico & Valerio Vannini

















































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