Se negli ultimi due decenni il cinema sudcoreano è diventato protagonista degli immaginari internazionali, la produzione della Corea del nord rimane un po' più misteriosa, in sintonia con l'immagine nel resto del mondo di un paese chiuso e sotto ferreo controllo. In realtà non è proprio così, ci sono studi sul cinema nordcoreano (Antoine Coppola, Le cinéma asiatique, L'Harmattan, 2004), e film conosciuti nel mondo come Forever in our memory ('99), anche perché il Caro Leader, come chiamavano Kim Jong-il, era noto per essere un amante del cinema, si dice che avesse una collezione sterminata di film (15000 titoli), con predilezione per quelli americani ovviamente tutti vietati (da lui stesso) nel paese.Kim Jong-il prima di prendere il posto del padre, Kim Il-sung, era stato ministro della cultura, e il suo obiettivo principale era proprio rifondare il cinema nordcoreano nello spirito della rivoluzione e dello juche. Per questo era onnipresente sui set, e alcuni lo accreditano come il regista di classici nazionali quali The Flower Girl (69) e Sea of Blood (72).
Negli anni Settanta scrive un trattato, Sull'arte del cinema, 330 pagine che diventano il manuale a cui si deve conformare il perfetto regista nordcoreano. Solo che nessuno ci riesce, o almeno nessuno produce risultati per lui soddisfacenti, tanto che Kim Jong-il fa rapire il regista sudcoreano Shin Sang-ok costringendolo a girare per otto anni film di propaganda — si rifugeirà poi negli Stati uniti con lo pseudonimo di Simon Sheen.
«Prima di immaginare cinquecento cavalli un regista dovrebbe preoccuparsi di ritrarre personaggi coraggiosi che si sollevano contro l'invasione dello straniero descrivendo la lotta in modo efficace». Perciò eroi rivoluzionari, lotta di classe, propaganda, feroce critica a Hollywood sono i punta fermi del saggio. Il cinema dello juche deve avere «un grande valore ideologico e artistico, e contribuire in modo efficace a nutrire gli uomini dell'ideologia unica del partito».
Tra melodrammi contadini, animazione, forse il settore più vitale, produzioni straniere (che vengono realizzate negli studi della capitale), un piccolo avvenimento è stato Il diario di una studentessa di Jang In-hak (2007), ritratto di una adolescente, che è stato un successo clamoroso ai botteghini nazionali (quasi otto milioni di entrate, un terzo della popolazione), uscito anche in Francia, e con recensioni internazionali che ne sottolineano la libertà di stile (nei limiti del possibile) rispetto alla committenza ideologica.
















































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