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Il National Geographic si ferma a Cinecittà

autore: cantautoredelnulla      
28 ottobre 2011
(aggiornato 29 ottobre 2011) | VarieStorie

Il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio.

 

Ho letto questa citazione di Federico Fellini nell'articolo che nel mese di ottobre il National Geographic ha dedicato alla nostra tanto amata Cinecittà. E' stato un coup de foudre perché se si parla di teatri di posa e di scenografie geniali e ispirate non posso non gettare subito uno sguardo nei ricordi delle opere del maestro riminese. E non posso non condividere quello che questo articolo mi ha trasmesso.

 

L'attenzione che la rivista pone sul cinema — e lo fa sfruttando la nostra hollywood casalinga — è senza dubbio di gran pregio e molto ben curata. Le fotografie di Steve McCurry sono coinvolgenti e mi hanno fatto rivivere emozioni e sogni che nel cinema e con il cinema condivido. Ci sono ritratti di artisti e lavoratori che ci raccontano il cinema di ieri e quello di oggi. In quei volti che normalmente vediamo recitare possiamo ritrovarci qualcosa della nostra contemporaneità.

 

Foto Ultima fermata Cinecitt&agrave;, le fotografie di McCurry - 1 di 16 - National Geographic

Foto Ultima fermata Cinecitt&agrave;, le fotografie di McCurry - 1 di 16 - National Geographic

All’ingresso, Cinecittà mostra il suo volto lucente, curato, come una diva appena uscita dalle mani del truccatore. Da un prato verdissimo spunta una testona disegnata da Danilo Donati per il  Casanova di Fellini. Sembra fissare il visitatore per ricordargli che, varcati questi can


 

L'articolo scritto da Marina Conti comincia col raccontare il passato fastoso di Cinecittà e il suo presente critico e conduce il lettore negli aneddoti e nella scoperta di questa "fabbrica dei sogni" che fa parte della storia sociale del cinema italiano.

Ovviamente si parla di Fellini e delle sue grandissime e geniali scenografie, dei famosi peplum che portarono ricchezze e grandi star in Italia, del marziano Woody Allen invece che gira nel centro di Roma la sua ultima opera. Ma soprattutto si parla del valore storico, del simbolo di Cinecittà.

 

Una cosa che non conoscevo e che mi ha colpito è che nei primi anni '40 in questo luogo furono ospitati tantissimi sfollati, che finirono con il prestare la loro comparsa nei grandi film sui romani. Come pone bene l'accento la Conti, molti di questi sfollati videro la Roma di Nerone bruciata in Quo vadis e quella, per loro, non era di certo solo una finzione, ma qualcosa che ancora gli apparteneva, una realtà che li aveva colpiti e raccolti poco tempo prima.

 

Ho trovato carino leggere che ogni artista porti con sè ricordi diversi, ma tutti belli di questo micromondo del cinema. Ci sono scultori che ricordano le statue più complicate, gente che ha speso tutta la vita tra questi capannoni, inseguendo e realizzando un sogno, attori che raccontano di pranzi e buffet nelle pause di ripresa, colorando il contrasto tra la serietà di un set e la vita che vi scorre intorno.

 

E poi c'è questo continuo rimarcare il confine tra finzione e realtà, tra rappresentazione e racconto, insegnamento e stupore che si mischiano, coesistono, come facessero parte della stessa medaglia. Il mondo irreale che sconfina nella vita quotidiana, il cinema italiano che muoveva le masse, attirava la critica intellettuale e rappresentava la nostra unità che è naufragato nella deriva di film volgari e senza idee, senza stimoli nè qualcosa da dire.

 

Foto Ultima fermata Cinecitt&agrave;, le fotografie di McCurry - 5 di 16 - National Geographic

Foto Ultima fermata Cinecitt&agrave;, le fotografie di McCurry - 5 di 16 - National Geographic

La palazzina della sala di proiezione Fellini, realizzata a Cinecittà su progetto di Luciano Ricceri. Fu Benito Mussolini a porre la prima pietra della "fabbrica dei sogni" italiana, il 29 gennaio 1936.


 

Come ricorda la didascalia della foto sopra, fu proprio Mussolini a porre la prima pietra, fu il folle progetto autarchico e di propaganda fascista a creare questo mondo, a cavalcare un sogno condiviso, il mito dell'America e del suo fascino; ma il cinema in Italia, ancora oggi, è legato e invischiato nella politica. Tra censure e intromissioni di ministri e illetterati, il cinema italiano affoga senza trovare una nuova vitalità.

L'articolo ricorda lo sloagan durante la guerra d'Africa: "Il cinema è l'arma più forte". Va detto che davvero nel cinema della prima metà del novecento, ma anche in seguito, fino agli anni settanta, si trova lo specchio della nostra società, una parte importante della nostra storia e della nostra cultura.

 

Oggi una storia sociale dell'arte che non tenesse conto del cinema sarebbe una storia zoppa che perderebbe una parte vitale della testimonianza della vita. E mentre scrivo questo mi viene da pensare a come nelle immagini, nelle storie che Risi, Visconti, Pasolini e Fellini ci raccontavano, si possano ravvisare i contesti storici che fanno da sfondo, i nostri vizi e un certo qualunquismo strisciante e diffuso.

Trovo altrettanto interessante il percorso seguito dall'articolo, che prova a raccontarci la storia di Cinecittà, ogni sua epoca e il suo valore in ogni contesto e poi la decadenza degli ultimi tempi. Come dice bene la Cecere nell'articolo, "oggi lavorare in studio non ha gran senso, se non si è geni visionari". Forse questo pensiero più di altri mi ha profondamente colpito: abbiamo bisogno di ritrovare "dei grandi, dei famosi, dei matti" che si facciano ancora sedurre da questo luogo e in questo luogo trovino il modo di raccontare e far sognare il pubblico italiano.

 

Foto Ultima fermata Cinecitt&agrave;, le fotografie di McCurry - 9 di 16 - National Geographic

Foto Ultima fermata Cinecitt&agrave;, le fotografie di McCurry - 9 di 16 - National Geographic

«Ho trascorso tre anni e mezzo della mia vita qui come profugo», racconta il produttore Angelo Iacono: nell'immediato dopoguerra, gli studios di Cinecittà ospitarono molti sfollati, che spesso vennero utilizzati come comparse. 


 

Infine vorrei riportare quest'ultimo pensiero preso dall'articolo ed espresso da Marco Bertozzo, perché Cinecittà è un simbolo forse anche un po' fatiscente, collegato a una parte della storia che vorremmo scordare e a un'altra parte che invece vorremmo ricordare, ma resta un simbolo positivo della nostra nazione e un vero e proprio "laboratorio", una culla in cui coltivare il nostro futuro. Un ponte di lancio, una delle tante possibilità che abbiamo per riscattare la nostra immagine contemporanea.

 

"Oltre ad aver segnato profondamente i modi in cui il mondo "pensa" positivamente all'Italia, Cinecittà è stata tra l'altro un laboratorio di sopravvivenza del grande artigianato italiano."

 

Ci sono anche altri spunti interessanti che non ho riportato, con queste righe volevo solo condividere le considerazioni su cui questo articolo ha portato la mia attenzione. Per chi volesse leggerlo, credo che troverebbe altrettanti e diversi stimoli oltre a un piacevole spazio di approfondimento del nostro cinema e della nostra storia.

 

Ultima fermata Cinecittà, le fotografie di McCurry - National Geographic

Ultima fermata Cinecittà, le fotografie di McCurry - National Geographic

All’ingresso, Cinecittà mostra il suo volto lucente, curato, come una diva appena uscita dalle mani del truccatore. Da un prato verdissimo spunta una testona disegnata da Danilo Donati per il  Casanova di Fellini. Sembra fissare il visitatore per ricordargli che, varcati questi can


Commenti

  1. na

    30 ottobre 2011, 18:35 Davvero interessante questa escursione nella Hollywood italiana quando il nostro cinema aveva ancora valenza internazionale. Grazie della condivisione.


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