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Il padre - recensione di OGM

autore: OGM      
25 gennaio 2012 | InVisibili

Il voto di OGM: OGM ha votato Il padre buono stelle

Il padre

(Ungheria, 1966)

Titolo originale: Apa

di István Szabó con Miklós Gábor, András Bálint, Klári Tolnay, Dani Erdélyi, Kati Sólyom


Onore a una memoria che non c’è. L’Ungheria del dopoguerra è orfana del suo passato, fatto di orrori estinti con la condanna a morte dei carnefici e del presunto eroismo di una resistenza di cui si è persa ogni traccia. Nel 1945, Bence Takó è solo un  bambino. Suo padre, di professione chirurgo, muore in seguito ad un improvviso malore. Da quel momento il suo ricordo, nella mente del figlio, si fa cinema. Il ragazzino inventa, intorno alla sua figura leggendaria,  avventure gloriose ed avvincenti: favole romantiche, spy stories, road movies, film di propaganda e tanto altro ancora. Racconti fantastici che il piccolo cerca di rivivere ed imitare, attraverso gli oggetti appartenuti all’uomo, e così gelosamente conservati da sua moglie. Primo fra tutti, un orologio da polso, che Bence, in particolari occasioni, è autorizzato ad indossare, a patto, però, di non dargli la carica. Anche il tempo si deve fermare, se ogni cosa è andata distrutta e tutto sembra perduto. Un innocente, però, si vergogna del vuoto che avverte alle spalle, e cerca di colmarlo con la fantasia. In questo modo l'immaginazione si fa Storia, narrando di un’epoca felice in cui la vita seguiva un percorso non necessariamente facile, però sempre limpido ed univoco, segnato da tutto ciò che può essere oggetto di amore (come la bellezza della natura) e di fede (come l’ideale dell’uguaglianza). Per Bence il sogno sostituisce il conforto della tradizione, e diventa un lascito virtuale da cui trarre ispirazione per darsi un’identità e costruirsi un futuro. Il punto di partenza non può essere la morte: lo sa bene soprattutto l’amica ebrea di Bence, i cui genitori e parenti sono stati uccisi ad Auschwitz.  Un inspiegabile senso di vergogna per quel tragico antefatto della sua esistenza le impedisce di ragionare serenamente su di sé, e di mostrarsi, senza inibizioni, per quello che è. Sentirsi eredi del nulla è una menomazione, che sottrae la possibilità di riconoscersi in qualcosa. Ciò che è stato non è più, e ciò che sta nascendo è del tutto indefinito, e quindi fa tanta paura. Nádasdy, un compagno di scuola di Bence, era di schiatta nobile, di antichissimo lignaggio: un  piccolo conte, con una sorellina contessa,  ma l’avvento del socialismo ha fatto piazza pulita del suo titolo e dei suoi privilegi, ed ora non è più nessuno, con i vecchi mobili ammassati in una stanza, e la sedia a dondolo della nonna ridotta ad un giocattolo. Bence guarda con terrore alla madre che ha un nuovo fidanzato, un estraneo con cui esce e tradisce papà. Il rinnovamento è traumatico, se passa attraverso la discontinuità: quella che, da un giorno all’altro, ha cambiato l’insegna della scuola, che non è più dei Benedettini, bensì di Stato, e nella quale, al posto dell’insegnante con la tonaca, è comparsa una giovane maestra che inneggia alla lotta di classe e disprezza i tiranni, compreso il povero  Nádasdy. Agli occhi di Bence e dei suoi coetanei, la guerra e la  rivoluzione non hanno fatto avanzare il mondo, lo hanno solo irragionevolmente stravolto e diviso. Ed è per questo che Bence immagina suo padre come un partigiano comunista ma cattolico, mentre, davanti all’altare, giura alla sua sposa eterna fedeltà.  Il disorientamento in cui la generazione di Bence si trova a crescere, sfocerà nella rivolta di Budapest del 1956: Bence parteciperà all’occupazione dell’università, e dovrà attraversare la città, sotto i colpi dei cannoni sovietici, per andare a recuperare una bandiera. La prima sfida che affronterà veramente da solo sarà simbolicamente rivolta alla ricerca di un punto di riferimento ideologico dietro cui schierarsi. Il problema di una nazione giovane e inquieta è trovare un criterio secondo cui individuare una direzione comune.  Procedere insieme non basta, se non si è deciso dove andare. Un giorno, Bence ed altri studenti si fanno assumere come comparse sul set di un film sull’Olocausto. In una scena di deportazione di massa, devono formare un cordone umano che attraversa di corsa un ponte: una folla di uomini e donne con una stella gialla appuntata sul petto, e brutalmente sollecitati dalle baionette dei soldati tedeschi. La ripresa non riesce come dovrebbe: il regista chiede ripetutamente, a quella gente, di tornare indietro e cominciare daccapo. Un andirivieni inconcludente, e anche un po’paradossale, visto che, ad un certo punto, a Bence viene ordinato di staccarsi dal gruppo e cambiare ruolo, indossando una divisa da nazista. Il cinema, che aveva plasmato i pensieri nostalgici di Bence bambino, ritorna, nell’ultima parte del film, per proporre la  metafora di un Paese allo sbando e del suo arrancare confuso ed insensato Un anno dopo L'età delle illusioni, István Szabó riprende il tema del disagio generazionale per spiegarne le radici. Il padre è l’iconografia accorata di una guida virtuosa e saggia che è venuta meno: un popolo intero la rimpiange, la invoca nei moti di piazza e la insegue con la mente dentro un’utopia politica. Dimenticando però che essa, in realtà, non è mai esistita.

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