"Un campo lungo cinematografico", la canzone scritta apposta da Vasco Brondi per il nuovo film di Daniele Gaglianone, accompagna e satura di sofferenza implosa le dolentissime immagini di un teaser trailer che è tra i più interessanti e suggestivi del momento, specie in questa stagione estiva avara di gioie cinefile e in cui è lecito e naturale proiettarsi con la mente alla prossima Mostra del Cinema di Venezia e al suo luculliano programma. Una lirica ruvida e da pelle d'oca in puro stile luci della centrale elettrica, questo brano, che scava sui volti segnatissimi dei protagonisti di "Ruggine", uomini e donne che non hanno saputo lasciarsi alle spalle il trauma di un'infanzia consumata e sfiorita troppo in fretta, violentata in scenari rugginosi e lontani, periferici e inaccessibili al resto del mondo. Tutti i piccoli riti della crescita recisi da un "mostro" piombato dall'alto, altero e in apparenza rispettabile. Una ferita che sedimenta nell'anima e che, secondo la logica cassavetesiana (e cartesiana) del cinema come "speculum animi", non può per l'appunto fare altro che ripercuotersi sui "volti" (in tal senso, esemplare l'espressione di Mastandrea, appestata di funereo grigiore).
Immagini densissime, quelle del trailer di "Ruggine". Interni d'auto bagnati dalla pioggia, asettici e anonimi ambienti, scene di un'infanzia lontana ammantata di onirismo sfumato. Una coralità sofferta e sanguinante, e quel fotogramma finale di una bambina presa per mano in prossimità di un'automobile. La lancinante incertezza e nebulosità di una visione frammentaria che aumenta a dismisura la voglia di vedere il film, "l'intero", il compimento e il riempimento di tutto. Questa, in fondo, la natura intrinseca e profonda di ogni trailer.
Formicolanti sonorità elettroniche appena accennate, sorrisi abbozzati, un'intimità leggermente soppesata, solo lievemente pennellata. Occhi spaesati e solcati, spalancati nel nero pece delle vita.
Il film di Daniele Gaglianone è inserito nel programma ufficiale delle Giornate degli Autori al prossimo Festival di Venezia. Già autore del pluripremiato "I nostri anni", "Nemmeno il destino" e "Piero", unico film italiano in concorso allo scorso Festival di Locarno, Gaglianone dirige una pellicola a tinte fortemente noir e introspettive, dal forte impatto e dalle tematiche durissimi (la pedofilia, l'elaborazione del doloro, l'emarginazione delle anime sole), ispirata alle vicende raccontate dall’omonimo romanzo di Stefano Massaron (l’adattamento è stato curato dal regista con Giaime Alonge ed Alessandro Scippa). Prodotto da Fandango e Gianluca Arcopinto, il film vede nel cast Filippo Timi, Stefano Accorsi, Valeria Solarino e il già citato Valerio Mastandrea.
(Davide Stanzione)
















































Commenti
21 agosto 2011, 00:35 Ottima come sempre la tua "delucidazione" su questo film "ruvido". "Ruvido" è un termine di cui molto, però, s'abusa in campo artistico, tutto ciò che par "combaciare" con immagini "rammendate" nel sangue, anche quello onirico di memorie sfumate o "impolverate", viene accostato a quest'espressione.
Io mi riservo di vederlo, non fosse per la maschera di Timi che, a giudicar così, ci pare davvero adatto al ruolo, ombra che chissà dov'è smarrita o se ancora si guarda felice allo specchio, o nei suoi tanti frammenti. Forse, divelversi, anche specularmente all'"assassino", è sempre un'ossessione che non muore.
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