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J. Edgar - recensione di na

autore: na      
5 gennaio 2012
(aggiornato 5 gennaio 2012) | InSala, Homevideo

Il voto di na: na ha votato J. Edgar buono stelle

J. Edgar

(USA, 2011)

Titolo originale: J. Edgar

di Clint Eastwood con Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Josh Lucas, Lea Thompson, Ed Westwick, Armie Hammer, Dermot Mulroney, Judi Dench, Jeffrey Donovan, Stephen Root
voto ottimo


Stavolta devo dirlo subito: la colpa è negli occhi di chi guarda. In pratica è colpa mia. È solo responsabilità mia se non sono riuscita ad apprezzare fino in fondo questo film. Dipende solo da me. Non c’entra Di Caprio, non c’entra Eastwood. Il fatto è che non riesco proprio ad apprezzare i film il cui protagonista è un personaggio del tutto negativo. È più forte di me. 

Eastwood è il rappresentante di un modo di fare cinema epico e dolente. E questo J. Edgar ne è la dimostrazione assoluta. C’è nella vicenda di questo uomo arrogante, egocentrico, opportunista una grandiosità intrinseca che Eastwood ha colto in tutta la sua dimensione distruttiva senza rinunciare a descrivere il contrasto tra vita pubblica e privata dove l’essere umano Edgar (come ama essere chiamato invece che John dato che Edgar è il nome che usa la madre) emerge in tutta la sua meschinità e debolezza. Penso davvero che Eastwood sia un maestro nel tratteggiare questo tipo di personaggi apparentemente duri ma che nascondono una fragilità procurata, spesso, da ferite del passato. Penso a tutti i protagonisti di Mystic River (per me il suo capolavoro) che nascondono ferite profonde ed insopportabili e in modo particolare al personaggio di Sean Pennche è un uomo spietato, violento, vendicativo ma questo non gli impedisce di essere distrutto dalla morte della figlia che amava sopra ogni cosa. O, ancora, penso allo stesso Clint in Million Dollar Baby o in Gran Torino. In entrambi i casi interpreta personaggi rancorosi, misantropi, che sanno rendersi odiosi ma che mascherano cicatrici che non si sono mai rimarginate. Non fa eccezione John Edgar Hoover in questa carrellata di personaggi in quanto anche lui appare arrogante ed egocentrico per non far trapelare la sua fragilità dovuta, soprattutto, al rapporto soffocante con la madre (un’algida Judi Dench) che gli impedisce di accettare le proprie debolezze (la balbuzie, l’omosessualità, la paura degli altri). Hoover riesce, grazie alle sue innegabili capacità, a concepire e a creare il Federal Bureau of Investigation e a farlo diventare lo strumento di difesa della democrazia americana. Hoover costruisce una realtà capace di influenzare e condizionare il corso della giustizia per perseguire un obiettivo,incurante del fatto che per fare questo si debbano ledere dei diritti fondamentali dell’uomo, si debbano inquinare prove, si debbano alterare, in qualche modo, i fatti. Nulla importa a quest’uomo ambizioso che, in fondo, lotta semplicemente per un ideale (il fatto che sia un ideale a mio parere sbagliato ha poca importanza) e decide di ottenerlo con qualsiasi mezzo. Inutile dire (ma non mi stanco mai di ripeterlo) che Di Caprio eccelle nell’interpretazione del protagonista. Ormai credo che il suo talento sia noto a tutti ma ad ogni nuova apparizione riesce ad aggiungere qualcosa, ad essere ancora più convincente. Ed è incredibile la trasformazione anche fisica grazie alla quale diventa in tutto e per tutto Hoover. Una trasformazione data non dal trucco (che, in certi casi, risulta anche troppo invasivo) ma dalla mimica facciale, dall’espressività estrema dell’attore. Oltre a Di Caprio risultano convincenti tutti gli altri attori, sopratutto Naomi Watts e Judi Dench che interpretano i loro personaggi con grande sensibilità. Ma è la regia di Eastwood ciò che fa la differenza. È lui che permette alla pellicola di trascendere dalla funzione storica e documentaristica, che l’avrebbero caratterizzata nelle mani di qualsiasi altro regista, per assumere i toni del dramma e dell’epica. Eastwood fa grande cinema anche se non è un cinema spettacolare ma riesce sempre ad elevare le storie raccontate ad un livello superiore ed universale, riesce a raccontarle con un linguaggio alto ma rimanendo sempre ancorato saldamente ai contenuti che vuole trasmettere. È un cinema impegnato quello di Eastwood ma non dal punto di vista politico piuttosto da quello della trasmissione delle idee. Sa cosa dire e sa come dirlo. E mantiene una forza che non ci si aspetterebbe da uno della sua generazione e che molti giovani non hanno neppure mai avuto.E, quindi, lunga vita a Clint!

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