Johann Sebastian Bach: Fantasia in sol minore
(Cecoslovacchia, 1965, b/n)
Titolo originale: Johann Sebastian Bach: Fantasia G-moll
di Jan Svankmajer
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Attenzione! Sono presenti spoiler o anticipazioni del finale.
"Il dettaglio ha sempre un potere magico, perchè all'improvviso sullo schermo possiamo ingrandire qualcosa che è realtà, ma che nella vita quotidiana non percepiamo: attraverso il dettaglio abbiamo la possibilità di comunicare cose diverse dall'inquadratura intera".
[Jan Švankmajer]
J. S. Bach: Fantasia in sol minore, secondo, straordinario cortometraggio diretto da Jan Švankmajer, si apre, incorniciato nel meraviglioso ed inquietante bianco e nero della fotografia curata da Svatopluk Malý, sul primo piano del cappotto di un uomo, all'altezza del torace, con in evidenza, al centro dell'inquadratura, quattro bottoni: sembrano finestre su un muro...
L'uomo inizia a camminare mentre sullo schermo scorrono i titoli di testa, che accompagnano i suoi passi verso l'ingresso di un palazzo. È un edificio tetro ed apparentemente disabitato: la macchina da presa segue l'uomo mentre sale le rampe di scale ed entra in un appartamento, dove, dopo essersi sfilato il cappotto, si siede davanti ad un organo e, con una mela in bocca (l'omaggio di Svankmajer a Magritte), inizia a suonare la Fantasia in sol minore di Bach.
Le sue dita sono pennelli, la musica che si diffonde materializza forme, disegni, immagini: un semplice movimento delle mani, che si lanciano sulla tastiera dell'organo, e lo schermo si trasforma in sfondo, su cui le animazioni aprono squarci, crepe, buchi: sono mura, antiche, decrepite, file interminabili di pietre e mattoni segnate dalle crepe del tempo e della storia, rese ancor più invalicabili da ganci, lucchetti e catenacci metallici, mura scalfitte dall'erosione, sporcate da graffiti, mura che perdono la propria "pelle" celando altri strati di cemento, che diventano inferriate, celle, prigioni...
In questo succedersi interminabile e opprimente di pareti e mattoni, le finestre appaiono come oscuri spiragli di buio: all'interno di quelle mura, infatti, ci sono altre pareti, ugualmente fatiscenti e protese a loro volta verso l'esterno, le porte e le finestre che si spalancano davanti alla macchina da presa conducono nell'oscurità, ad un'altra parete, ad un nuovo muro, alla desolazione.
Elegia del dettaglio e del particolare, quindi: barriere insormontabili, ostacoli, ad evocare quel limite in cui è confinata la creatività dell'artista (e, per estensione, la libertà dell'individuo), imprigionata inquietantemente sotto il cielo grigio ed angosciante della Praga di Kafka e dell'oppressione del potere, testimonianza "contemporanea" di quel diffuso e sempre più crescente malcontento verso il regime che iniziava proprio in quegli anni (la metà dei Sessanta), guidato dalle istanze riformiste di Dubcek, a svilupparsi capillarmente tra la popolazione, dagli operai delle fabbriche ai circoli culturali del paese e fino all'interno dello stesso Partito Comunista. Malcontento che, condotto in nome di un "socialismo dal volto umano" (dal titolo dell'autobiografia di Dubcek), nasceva proprio dall'esigenza di quelle libertà (politica, di opinione, di stampa) che sfoceranno storicamente nella Primavera di Praga e che qui Švankmajer, metaforicamente, si preoccupa di "delimitare" ed imbrigliare per invocarne il legittimo rispetto.
"In J. S. Bach è rintracciabile sicuramente l'influenza della pittura di Burri, ma vi sono riferimenti all'avanguardia ceca ed in particolare all'opera fotografica di Emila Medkovà": sulle scelte stilistiche della messinscena e le peculiarità visive del film è lo stesso Švankmajer a suggerirne le prime coordinate esegetiche. Accompagnando la progressione delle immagini con la meravigliosa Fantasia in sol minore di Bach, contrappunto musicale alle sperimentazioni visive dell'autore sulla reiterazione del movimento, Švankmajer parte dall'arte informale materica di Alberto Burri per accogliere le suggestioni evocate dalle fotografie della surrealista Emila Medkovà (oltre alle evidenti tracce dei paesaggi di desolazione urbana presenti nell'opera di Milan Knížák, altra figura di spicco del panorama culturale praghese della metà degli anni Sessanta, pittore, musicista, fotografo, scultore, scrittore e storico dell'arte) restituendone una visione disperata e sconvolgente, trasfigurata nell'esplorazione di un "corpo materico" (la pietra) che da "oggetto" e "struttura" diviene "spazio", un non-luogo sinistro e di asfissiante concretezza, sbriciolato e scomposto dall'occhio della macchina da presa, e da cui, antiutopisticamente, è impossibile ogni via di fuga. Capolavoro.
Ecco il film:
Di seguito, invece, alcuni magnifici capolavori di Emila Medkovà:
Questi, infine, alcuni splendidi esempi dell'opera fotografica di Milan Knížák:
























































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