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"JOHN RAMBO": giusto finale per un Mito di celluloide?

autore: will kane      
29 ottobre 2010
(aggiornato 1 novembre 2010) | VarieStorie

 "Hai la guerra nel sangue,non resisterle." Il soldato stanco ma non domo John Rambo mormora a se stesso queste parole mentre forgia un machete,indeciso se tornare sul piede di guerra per un'ultima missione non ufficiale,come quelle a cui ha risposto altre volte. Il quarto capitolo delle avventure violente del non-reduce di guerra creato sulla pagina da David Morrell,e portato sullo schermo dalla nerboruta silhouette di Sylvester Stallone viene realizzato molti anni dopo il terzo,che si era rivelato un mezzo fiasco commerciale e non aveva spinto nè i produttori nè il divo italoamericano a cercare a tutti i costi di dar vita ad una nuova puntata. Il mondo è cambiato dopo l'11 settembre,la tv e la Rete ci hanno portato immagini orrende,che dicono che la guerra non è una memoria del passato,e a livello di crudeltà e violenza l'Uomo,se possibile,è riuscito a peggiorare. Le decapitazioni mostrate in video dai jihadisti, le gratuite torture dementi immortalate da militari inglesi ed americani per portarsele per ricordo a casa,e per loro disdetta circolate di fronte a occhi che non avrebbero dovuto assistervi,l'acuirsi di ferocia di regimi e conflitti richiamano un personaggio che si è sempre distinto per la protervia e la tenacia con cui ha affrontato chi lo perseguitava,o chi esercitava dispotica violenza per tenere sotto il tallone chi era più debole. Presa anche la responsabilità della regia,Stallone sterza, e audacemente porta la serie ad un livello di truculenza mai visto prima,con arti che saltano via,sangue che inonda lo schermo e un'escalation di scene raccapriccianti che trovano il diapason nel macello accanto al fiume che è lo scontro finale tra i mercenari e i ribelli karen contrapposti ai militari del regime birmano. Invecchiato e non più capace di sbaragliare un intero reggimento di nemici da solo con il proprio arco e un mitragliatore,come gli succedeva nel secondo film della saga, John Rambo prende in mano la situazione da "outcast",e si mette alla testa della squadriglia di soldati di ventura ingaggiati per liberare un team di missionari da un accampamento in cui si svolgono attività sadiche sugli inermi abitanti dei villaggi limitrofi rapiti per diventare nuovi soldati o carne da stupro per il sollazzo della soldataglia. Salvare tutti è impossibile,lo sa anche l'eroe di guerra ormai,ridotto a catturare serpenti per sopravvivere in Asia:eppure il film ha dalla sua una visione di cinema-cinema quasi inusuale oggi, un sincero evitare una molteplice lettura che vada oltre l'azione dura  e pura che va giù come un whisky d'annata. Certo,il livello di violenza è alto,le armi straziano i corpi come raramente visto al cinema,e l'azione concisa:ma Stallone è uomo di cinema navigato,e ha con gli anni adottato un modo di fare film che lo aggrega ai "non allineati" alla Peckinpah, dove gli eroi sono stanchi,e forse mai stati davvero tali. Nella carneficina che risolve l'avventura,molti i morti smembrati,e quasi tutti i personaggi coinvolti nell'animalesca lotta per la sopravvivenza che si scatena in uno scontro che di epico non ha niente,ma solo la belluina scarica d'energia adrenalinica che da sempre i reduci hanno descritto nei momenti più ricordati delle guerre cui hanno partecipato. E per Rambo, da parte della bella donna bionda che faceva parte del gruppo dei missionari rapiti,che gli ha regalato una piccola croce che lui si è legato al polso,ci può essere solo uno sguardo di ringraziamento,non una promessa d'amore. Indistruttibile,il sopravvissuto contempla la scena di distruzione di cui è stato tra i più decisivi partecipi:per lui è ora di tentare un ritorno a casa,dove forse riuscirà a trovare un pò di pace,in un luogo che riteneva perduto,essendo sempre stato comunque un fuori posto.A passo lento,su un polveroso sentiero in discesa,affronta la sfida definitiva, la guerra ormai alle spalle:e,chissà,una vita finalmente normale.

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