Il regista rivelazione Shion Sono firma un thriller angosciante, a tratti insopportabile, che affonda nell'immaginario dell'ero-guro (da non confondere con il gore, nonostante una certa affinità estetica), genere letterario e artistico che accompagna il sesso a atti di depravazione, stupro e violenza estrema.
Sono racconta la condizione della donna nel Giappone moderno: le fragili protagoniste della tragedia sono tre donne, schiave di se stesse e della "maschera quotidiana" costrette a indossare per nascondere il loro peccato segreto, progioniere delle mura di un castello kafkiano. Izumi, moglie devota e servile, inappagata sessualmente, trova lavoro come pornoattrice, divenendo preda della perversione di Mitzuko, professoressa di giorno, prostituta la notte: entrambe, probabili vittime di un efferato omicidio, sono al centro delle indagini di Kazuko, comissario di polizia, giovane madre di famiglia segretamente adultera.
Come insegna Mitzuko con la metafora "dell'ontologia delle parole", la donna giapponese vive nell'effimera illusione di felicità attraverso i suoi rituali quotidiani, non conoscendo il significato delle parole in cui crede, vuote in quanto descrivono esperienze che di fatto non ha mai vissuto.
Costruito a flashback, diviso in cinque atti (compreso finale ed epilogo), lezioso, arricchito di troppi riferimenti iconografici e metaforici, eccessivamente lungo, mette a dura prova lo spettatore, lasciando un senso di nausea e frustrazione.

















































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