Quanto è fragile un mondo di uomini!La pericolante natura virile oscura e consuma la pena che si prova nel dimenticare i sentimenti,nel farli travolgere da una vendetta che li cancelli e,se può,li uccida.
La compagnia di uomini proposta da Alfredson,prolungamento di un mondo a misura d’uomo dove il terrore dell’altro indossa la maschera dell’intrigo,si appropria di questa vendetta imposta dal sospetto ma subisce l’agonia dovuta all’impossibilità di dimenticarsi l’uno dell’altro.
Si conoscono troppo e da troppo tempo e sanno che,lontani come sono dalla redenzione,la prossima vittima sarà il fratello d’elezione che ha cercato,attraverso il tradimento(in questo caso un tradimento che non può essere privato),una trasgressione che lo porterà all’esilio o alla morte.
Questi uomini sanno che il pericolo della menzogna si nasconde nella persona che somaticamente e moralmente è troppo simile a te.
Thomas Alfredson,supportato da una sceneggiatura di Bridget O’Connor e Peter Straughan brillante e temeraria con cautela,dimostra quanto siano necessari,se non indispensabili,quei piccoli tradimenti,spostamenti avvertibili nella rapidità di un dettaglio,per restare fedeli allo spirito di un’opera letteraria(che non è meno ardua da trasporre sullo schermo solo perché “di genere”) quando incontra un linguaggio diverso,che richiede l’accorpamento dei particolari in una tessitura solida.
L’epoca,così come ce la presenta Afredson grazie ad un corposo,certosino lavoro scenografico,fisicamente immobile come doveva essere l’atmosfera durante la Guerra Fredda eppure percorsa dall’odio diplomatico di cui oggi è difficile disfarsi,più che ricostruita è restituita all’attenzione dello spettatore con calibrata ,quieta ma non pigra tristezza autunnale,in cui si può mimetizzare il personaggio di George Smiley,non più operativo ma non per questo estraneo,per mentalità e storia personale,alle conseguenze emotive dell’ambiente che lo ha allontanato.
Bisogna lasciarsi convincere già dall’inizio dal passo scelto da Alfredson o non lasciarsene convincere affatto,in modo tale da apprezzare quelle modifiche apportate al romanzo di le Carré per galvanizzarlo,altrimenti avremmo avuto solo uno spostamento da una stanza all’altra in un’interminabile serie di dialoghi.
Anche l’incipit molto indovinato mostra una situazione diversa da quella descritta da le Carré dell’attentato in cui Prideaux resta ferito,così come ne vengono riscritte altre per ottenere una narrazione che si può definire più strettamente circolare.
Risulta parzialmente modificata,per esempio,la progrssione dei rapporti tra Ricki Tarr e Irina(l’unica storia d’amore del film che,nata come fosse un doppio gioco,si rivela essere l’unica senza infingimenti e pienamente espressa della trama);il colloquio durante il quale si comunica a Smiley di essere “reintegrato”;e la spiegazione da parte di Tarr a Smiley della propria vicenda personale,in casa di quest’ultimo che,pur essendo un espediente della sceneggiatura un po’ troppo generoso,rende più umano l’ambiente nel quale viene rivelato.
Fa piacere che,pur nell’esiguità dello spazio concessogli,il legame silenzioso tra Jim Prideaux e l’allievo Bill Roach sia stato riportato con partecipazioni.
In questo modo,anche se ridefiniti,i caratteri non sono so modificati nella sostanza, e restano quasi intatti nel loro lento vagare metodico in cerca di una situazione che sostenga la dinamica dello svelamento della verità e definisca l’agitazione interiore alla quale quella verità si è asservita.
Di pari passo con l’evoluzione della sua indagine,George Smiley si accerta della concreta presenza della solitudine nella vita ,sua e dei suoi colleghi,e di quanto la sua natura di essere umano,fagocitata dall’identità professionale,sia impreparata davanti alla normalità quotidiana che richiede una concentrazione costante quanto quella impiegata nel lavoro,di cui prima non si è potuto occupare.
In questo gruppo di individui sleali atterriti dalla slealtà altrui fa macchia solo Ricki Tarr,così impulsivo eppure non ancora contaminato e in cerca della grazia che segue alla disperazione,prima che questa abbia tempo di compiere l’opera di appiattimento morale patita dai suoi colleghi più esperti.
Visti i rari sobbalzi e la reticenza ad accelerare i tempi narrativi questa pellicola può rimandare ad un film come L’uomo nell’ombra,ma quella di Alfredson è una regia di segno completamente diverso.
Lo sguardo di Polanski,nel suo soppesare senza benevolenza i personaggi,era malvagio,mentre quello di Alfredson è per così dire interno,meno spedito ma più desideroso di stare al fianco dei suoi uomini e di conseguenza di essere un elemento di raccordo in questa umanità insoddisfacente,che nel dovere di essere clandestina rivela la sua imperfezione.
Però ciò che più colpisce è la felpata determinazione con cui si estrapola(anche grazie al consono commento musicale di Iglesias) da una storia di spie che perde lentamente la sua importanza,un melò privo di libertà romantica sull’amore inconfessato davanti al quale questi uomini cedono,scoprendo di non poter più dare e,forse,di non aver mai avuto, sogni da regalare.
E non lo è solo lungo la traccia omosessuale che unisce Jim Prideaux a Bill Haydon(latente in maniera morbida anche nell’ammirata sollecitudine di Bill Roach nei confronti di Prideaux;e inopportunamente estesa anche a Peter Guillam che nel romanzo di le Carrè ne è completamente estraneo),espressa come certezza dei sentimenti dell’altro di cui Haydon si fa manipolatore non troppo involontario;ma lo è forse ancora di più nella sfortunata amministrazione dei sentimenti di chi ha avuto il tempo di viverlo ma non ha saputo curarlo,come Smiley,o non immagina di non poterlo più fare,come Tarr,perché l’oggetto di questo amore gli è stato sottratto per sempre.
Non si può dire che non ci siano incertezze e scompensi (l’incontro tra Smiley e Toby Esterhase sulla pista di decollo risulta stridente;e la poca attenzione per Roy Bland ci priva della partecipazione più significativa di un attore spesso sprecato come Ciaran Hinds),ma l’insieme mantiene la pacatezza di un tenace scetticismo sulla dimostrabilità dell’assoluto grado sia di colpevolezza che di innocenza di chi non rivela neanche a sé stesso di avere un notevole carico di dolore.
Per dare unità alla sua versione del romanzo,Alfredson sceglie una quadratura emotiva del cerchio,che potrà anche sembrare consolatoria,troppo gentile e sentimentale,e sigilla nel gesto di Prideaux il bisogno per nulla improvviso di una fedeltà profonda laddove la legge è basata sull’infedeltà,sottraendo l’oggetto del proprio desiderio al giudizio altrui con un estremo atto d’amore che solo nella morte trova protezione.


















































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