Silvio Soldini è un regista assolutamente peculiare nel panorama cinematografico italiano. Milanese ma originario del Canton Ticino, a 21 anni ha il coraggio di trasferirsi a New York per studiare cinema alla prestigiosa New York University. Torna dopo 3 anni a Milano e comincia la gavetta nella pubblicità e come traduttore di telefilm americani. Intanto comincia a girare corti e mediometraggi con cui si comincia a far conoscere. E da qui comincia il sodalizio con uno dei direttori della fotografia italiani più apprezzati degli ultimi anni, quel Luca Bigazzi che ha saputo sempre dare i colori giusti ai racconti del regista milanese. Un regista colto e sensibile, attratto dalle piccole cose che rendono grande la vita, autore di film ricchi di sfumature psicologiche, impossibili da raccontare per il loro minimalismo conclamato, che lo rendono unico in Italia. Le sue storie sono spesso sospese tra commedie e dramma, attente ai risvolti sociali, storie di personaggi a tutto tondo ma anche storie di città, dei loro scorci che non sono solo uno sfondo mesto o inanimato che serve solo a far da cornice a questo o a quel film, ma arrivano ad essere veri e propri personaggi aggiunti. Potremmo dire che Soldini è la mente e Bigazzi è il braccio per come personaggi e ambienti interagiscono tra di loro. E questo probabilmente è dovuto anche all'attività mai interrotta di documentarista da parte di Soldini che riesce ad alternare film in cui infondere il suo tocco personale in storie di fantasia e documentari in cui il suo occhio curioso, quasi da entomologo fissa ambienti e situazioni vere, documentandole fedelmente. Soldini è milanese quindi è normale che la città che ricorre di più nella sua filmografia sia la natia Milano, molto spesso considerata però un alma matrigna ingrigita dalle luci al neon. Spesso la Milano di Soldini è plumbea, spenta,ricca di colori freddi. E'la protagonista indiscussa (anche più degli attori) di Giulia in ottobre del 1985, mediometraggio di 58 minuti prodotto in parte con un premio Gaumont/Film maker, esile storia degli incontri notturni di una ragazza come tante che gira per Milano. "La ricerca sull'immagine si piega ai registri di una narrazione smorzata ma non piatta, sorretta dalla bella fotografia a colori di Bigazzi che ha nell'esplicito rapporto delle dominanti cromatiche delle diverse fonti di illuminazione il tratto distintivo" (Paolo Vecchi,Marco Zambelli,Cineforum n.248, ottobre 1985).
In questo film a Soldini interessa la sottolineatura dell'ambiente urbano, non specificatamente milanese — come afferma in un intervista — ma il risultato è sorprendente. Milano probabilmente non è stata mai vista così. Analogo discorso si può fare per il primo lungometraggio di Soldini, quel L'aria serena dell'Ovest (1990) che ha fatto voltare la testa a più di un critico.
"Milano compare nelle prime inquadrature de L’aria serena dell’ovest come un insieme di linee che si intersecano: quelle dei palazzi che galleggiano immobili nella luce azzurrina dell’alba, quelle dei fili della luce che tagliano il quadro in modo espressivo, quelle dei semafori lampeggianti, unico inquietante segnale di vita in un paesaggio che sembra voler esaltare al massimo, alla maniera di Antonioni, l’indifferenza dell’inorganico. È fredda la Milano di Soldini, fredda e attraente. Irresistibile per una mdp che spesso si distrae, lascia i personaggi alle loro azioni per perdersi nelle geometrie misteriose di architetture grige. Quasi fosse lì la soluzione di tutto, quasi i significati fossero confusi tra le linee e le forme delle cose, come in un giochino ottico da parole crociate."
(Cinema Rosebud,www.municipio.re.it/manifestazoni/ufficio_cinema).
Lo sguardo curioso di Soldini ha per oggetto la sua Milano anche nel suo secondo lungometraggio di fantasia,Un anima divisa in due (1993).
Milano ma non solo. Comincia ad essere introdotto un altro tema comune a diversi film di Soldini: il bisogno di fuga da una realtà (metropolitana) ritenuta asfissiante. Milano è la protagonista dei primi minuti in cui su vari piani di racconto si introducono i diversi personaggi. La cinepresa ci fornisce un ritratto a tinte fosche di una città che non lascia troppi spazi, un conglomerato incombente su una routine quotidiana annichilente. Ritorna alla mente anora una volta Antonioni e l'importanza del paesaggio urbano nel suo cinema. La fuga dei due protagonisti li porta nella provincia,da Livorno a Forte dei Marmi, fino ad arrivare ad Ancona che rappresenta l'anelito di una vita comunque normale e normalizzata,un integrazione possibile laddove non era stato nemmeno pensabile in quel melting pot che era Milano. La realtà provinciale è altra cosa.Ancona rappresenta bene lo stereotipo della perfettà città qualunque.
Soldini abbandona (momentaneamente) la natia Milano per girare il suo film successivo, Le acrobate(1997).
Un film di donne, dalla parte delle donne, girato da un uomo. La fotografia del fido Bigazzi stavolta esplora le tonalità più calde della sua tavolozza cromatica per descrivere Treviso (in mise autunnale) ma soprattutto Taranto che, nonostante palazzoni a perdita d'occhio, è baciata da un sole luminoso ed è ben diversa dalla Gomorra in sedicesimo che appare in altri film (come ad esempio il recente Marpiccolo firmato da Alessandro Di Robilant, regista curiosamente legato alla Svizzera come Soldini). Il tema del viaggio e della ricerca di comunicazione tra le acrobate è l'architrave del film che si conclude tra le montagne della Valle D'Aosta, nel candore abbacinante del ghiaccio perenne, una meta tra il metaforico e il reale, simbolo di una sete insopprimibile di libertà da parte delle due protagoniste. Il viaggio a nord è il loro modo di cogliere l'attimo prima che fugga.
Con il suo lungometraggio successivo Soldini esce dalle "nebbie solitarie dell'ovest" (Gervasini,Filmtv). Pane e tulipani (2000), fotografato sempre dal fido Bigazzi è la sua prima incursione nella commedia,il suo film più acclamato e di successo. La casalinga pescarese (ma potrebbe essere di qualsiasi città) abbandonata all'autogrill coglie l'occasione della fuga dalla sua routine. E il suo punto d'arrivo è una magnifica Venezia, calda, solare, colorata dei colori squillanti del negozio di fiori che del film è punto nevralgico. E' una Venezia dagli sbruffi di colore oserei dire almodovariani, un susseguirsi di vicoli fioriti e angoli pittoreschi da cartolina lontani dalle mete turistiche e quindi per questo ancora più belli. Ma nel film non si sfiora mai l'oleografia fine a se stessa. E il cromatismo acceso si espande anche ai vestiti, agli accessori (occhiali da sole, cappellini) per dare uniformità e luce senza creare coni d'ombra. La Venezia idealizzata dalla casalinga pescarese di cui sopra diventa reale e viceversa,senza soluzione di continuità. La fuga che lei intraprende è a tempo determinato ma il suo sogno è comunque avverato.
Dopo la parentesi innevata del melodramma Brucio nel vento (2002) la cui vicenda è ambientata in un paesino svizzero luogo d'incontro casuale di due immigrati (legati dal destino alle prese con una routine soffocante (fotografia di Luca Bigazzi), Soldini nel suo film successivo ritorna a un registro più leggero e con colori più caldi.
Agata e la tempesta (2004) che nelle parole dello stesso Soldini rappresenta una sorta di Pane e tulipani 2, è fotografato da Arnaldo Catinari. Pur con caratteristiche cromatiche analoghe alla Venezia di Pane e tulipani, la città che fa da sfondo a tutta la vicenda (una sorta di fiaba surreale) è Genova,del resto mai nominata ma perfettamente riconoscibile in alcune locations molto caratteristiche. Una città in cui non è possibile isolarsi, un ininterrotta serie di palazzoni, gli uni a fianco agli altri,il mare che da poco distante incornicia tutto. Accanto a Genova e alle sue colline ispide c'è l'isolato delta padano che crea un fragoroso contrasto. E'però bella e affascinante la Genova di Soldini e deve avere affascinato pure lui se poi sarà lo sfondo del suo film successivo, Giorni e nuvole(2007).
Un altro titolo atmosferico per un film che esamina da vicino la crisi socio economica che scuote il nostro Paese. Viene abbandonata l'idea della fuga che era il leit motiv i molti suoi film precedenti."'C'è una città di mare (Genova) dove (re)stare — dove le nuvole vanno, vengono e ogni tanto si fermano— (Marzia Gandolfi,www.mymovies.it).
"Con mano ferma e abile Soldini si muove in una Genova che è quasi un personaggio aggiuntivo. Città straordinaria nel bene e nel male, piena di significati e di ricordi — politici — per diverse generazioni qui è bella e comune anche grazie all'ottima fotografia di Ramiro Civita (Boris Sollazzo, Liberazione)"
Pur essendo una Genova dai colori meno accesi che in Agata e la tempesta, il capoluogo ligure è estremamente fotogenico,esplorato da passeggiate o gite sul motorino, col mare sempre lì a due passi dai palazzi e dalle colline.
Infine il ritorno a casa. In Cosa voglio di più(2009), Soldini torna a raccontare la sua Milano due decenni dopo. O meglio racconta quel "immenso non-luogo che è l'hinterland milanese", "con tono neutro,freddo,fotografia realistica quasi "assente"(di Ramiro Civita, argentino portato in Italia da Marco Bechis: ci voleva uno straniero per vedere Milano così" (Alberto Crespi,L'Unità).
E' una Milano fredda e impersonale, quella dei palazzoni alveare che fungono solo da dormitorio, dei parcheggi o dei motel equivoci. Vengono colti i particolari del quotidiano alla ricerca di un nonstile a metà tra documentario e fiction. Soldini si conferma una volta ancora come grande illustratore di scorci urbani che a prima vista non hanno nulla di cinematografico. Ambienti che probabilmente incontriamo talmente tante volte al giorno che ormai ci sfuggono nella loro apparente banalità. La grandezza di Silvio Soldini sta proprio in questo:nel riuscire a trovare la poesia nei piccoli gesti quotidiani raccontando storie di minimi esistenziali a cui ci si appassiona senza quasi accorgersene.....


















































Commenti
8 novembre 2010, 19:13 gran lavoro il tuo, bradipo.
da milanese faccio una nota: è proprio di tutta una generazione di milanesi (oggi + o - sulla cinquantina) l'aver coltivato l'idea di un altrove, di una fuga. Lo si vede, come noti tu, nel cinema di Soldini ma lo si vede anche in altri come Salvatores (pensate a Marrakech o Mediterraneo come sintomi vistosi di questo desiderio esotico). Trovo che in Cosa voglio di più, l'essere tornato a Milano sia stato per Soldini benefico, perché ha raccontato il qui e l'ora (ovvero il quasi-niente di questa città che annega senza progetti) senza maschere, perché ha accettato di girare con "quel che c'è": un'immensa periferia. E stare fermi per provare a raccontar(si) mi sembra un esercizio, anche etico, positivo.
8 novembre 2010, 23:44 Complimenti bradipo per questo suggestivo excursus sui luoghi cinematografici di Soldini. E' uno dei registi italiani che seguo con affetto e dedizione da anni.
8 novembre 2010, 23:46 grazie veramente di cuore per l'apprezzamento:si vede che mi piace Soldini?E'vero quello che dici.Salvatores ad esempio è l'epitome del cinema sul bisogno di fuga.Ma allo stesso credo che l'idea della fuga sia in realtà molto comune nel cinema italiano.A braccio la ricordo in Ossessione del milanese Visconti(fuggire e rifarsi una vita),ne I vitelloni di Fellini(secondo me il suo capolavoro insuperato),La notte brava di Bolognini,in alcuni film di Virzì,nel bellissimo L'amore buio di Capuano ma anche ad esempio in un film che ho visto recentemente che si intitola Alza la testa...Sarebbe un bel tema di cui parlare ma è come scoperchiare un vaso di Pandora.Grazie per il tuo punto di vista "milanese".Un saluto.
8 novembre 2010, 23:48 naturalmente grazie anche a na per le belle parole:io lo adoro Soldini,uno dei pochi in Italia capace di fare cinema di respiro europeo....Un saluto
9 novembre 2010, 01:57 Bella suggestione itinerante. Un saluto.
9 novembre 2010, 08:47 grazie Peppe...a buon rendere...
12 novembre 2010, 18:32 Purtroppo, caro bradipo68 (e non sai quanto me ne dolga...) non posso condividere il tuo giudizio su Soldini. Vediamo perchè:
1- La sua formazione è ingenua, direi "precaria". Non c'è mai voglia di raccontare una storia, ma solo la necessità (?) di filmare. Nel suo primo racconto, "Giulia in ottobre" (1985), la protagonista gira come una trottola a Milano, per leccarsi le ferite dalla fine di una storia d'amore. E se ci pensi, è la stessa che in "Cosa voglio di più" accetta un non-tradimento per "inventarsi una storia su cui leccarsi le ferite". Tanta povertà d'idee è la chiusura del suo cinema, troppo chiuso nel suo universo narrativo, da non riuscire mai ad espandersi. E, in fondo, è ancora "Agata" (prima era stata sempre Agata con un altro nome - Rosalba - a mangiare "Pani" e a vendere "tulipani": un lavoro cerebrale, ottuso e programmatico creato per la compagna dell'epoca).
2- Da molto tempo sostengo la necessità di "gavetta": un regista che inizia ai trentacinque-quarantacinque anni a filmare (pensaci, da Salvatores a Ridley Scott, un filmaker non può MAI cominciare prima, perchè sono le esperienze - e non quelle di cinema...!- ) dà molto di sè ma anche tanto agli attori. In Soldini, invece, gli attori recitano allo stesso modo (Battiston, infatti, è praticamente uguale sia che faccia il compagno di Alba in "Cosa voglio di più", sia che interpreti il simpatico detective di "Pane e tulipani". In entrambi i casi...aggiusta le cose -!!! -). Questa mancanza di sapiente direzione attoriale è dovuta alla sua visione "povera" dell'aspetto scenico (ed infatti a Soldini difettano i mezzi da studio), perchè ha iniziato troppo presto a "girare" (al tempo, ti invito a rivedere "Il caimano", per confrontarti con quello che dice Orlando...): Certo, mi dirai: ma Moretti? E' un caso a sè. Il buon Nanni parla di un'epoca, di una generazione - a volte con presunzione- ma è genuino. Non copia, insomma. Puoi tranquillamente confrontare, invece, le pellicole di Soldini con quelle di Kaurismaki, poi mi dici...
3- Sia che guardi alla produzione, o al taglio del casting, Soldini è (fortemente) politicizzato. Ma, senza prendere una vera posizione, resta alla finestra. E così, le sue storie.
Certo, ha avuto successo (ma mica tanto, poi: guarda gli incassi dei suoi lavori ultimi) ma è chiaro che lo deve agli attori (facce ultranote, nevvero Albanese...?) e non alla propria fama (che ne è, infatti, di "Brucio nel vento", e chi l'ha visto?). In senso generale, i suoi film non vengono mai rivisti due volte (mia personale inchiesta su cinquecento ragazzi di scuole superiori) perchè...nessuno arriva alla fine della prima visione sveglio!!
4- Le storie di Soldini sono minimali perchè egli è "minimo". Mentre nei Dardenne lo stesso taglio restituisce un messaggio preciso ed uno spaccato della natura ambigua del benessere belga, non c'è messaggio - ma proprio mai: possibile che Silvio non abbia una sola cosa da dire che non "documentare"? Bah...- nei film da te citati. E infatti, che lezione potrebbe darci "Pane", "Agata", "Le acrobate", e soprattutto "Cosa voglio.." ? Magari che è meglio tener d'occhio la moglie???
5- Certo, diciamolo una buona volta: esser figli di buon a famiglia aiuta. A chi darebbero oggi i soldi gli Svizzeri, i Francesi ecc se non "ottimamente" presentati?
Scusami ma di fronte a certe barbarie non ce la faccio a contenermi. Oggi, proprio oggi, bisogna che cominciamo a maltrattare gli autori, a scuoterli. Non si può fare alla Mollica, chiudere gli occhi, turarsi il naso, e dire che sono tutti bravi, capaci. No. E' il momento di gridare: basta, cia vete rotto. Servillo, smetti di fare lo stesso ruolo. Si finisca di gridare al miracolo per Molajoli o Cupellini (meno che onesti artigiani). E' ora che si cominci a pensare seriamente al Cinema.
Buona visione, bradipo68. E non te la prendere. Ti considero un grande amico.
Maurri
12 novembre 2010, 18:52 Purtroppo, caro bradipo68 (e non sai quanto me ne dolga...) non posso condividere il tuo giudizio su Soldini. Vediamo perchè:
1- La sua formazione è ingenua, direi "precaria". Non c'è mai voglia di raccontare una storia, ma solo la necessità (?) di filmare. Nel suo primo racconto, "Giulia in ottobre" (1985), la protagonista gira come una trottola a Milano, per leccarsi le ferite dalla fine di una storia d'amore. E se ci pensi, è la stessa che in "Cosa voglio di più" accetta un non-tradimento per "inventarsi una storia su cui leccarsi le ferite". Tanta povertà d'idee è la chiusura del suo cinema, troppo chiuso nel suo universo narrativo, da non riuscire mai ad espandersi. E, in fondo, è ancora "Agata" (prima era stata sempre Agata con un altro nome - Rosalba - a mangiare "Pani" e a vendere "tulipani": un lavoro cerebrale, ottuso e programmatico creato per la compagna dell'epoca).
2- Da molto tempo sostengo la necessità di "gavetta": un regista che inizia ai trentacinque-quarantacinque anni a filmare (pensaci, da Salvatores a Ridley Scott, un filmaker non può MAI cominciare prima, perchè sono le esperienze - e non quelle di cinema...!- ) dà molto di sè ma anche tanto agli attori. In Soldini, invece, gli attori recitano allo stesso modo (Battiston, infatti, è praticamente uguale sia che faccia il compagno di Alba in "Cosa voglio di più", sia che interpreti il simpatico detective di "Pane e tulipani". In entrambi i casi...aggiusta le cose -!!! -). Questa mancanza di sapiente direzione attoriale è dovuta alla sua visione "povera" dell'aspetto scenico (ed infatti a Soldini difettano i mezzi da studio), perchè ha iniziato troppo presto a "girare" (al tempo, ti invito a rivedere "Il caimano", per confrontarti con quello che dice Orlando...): Certo, mi dirai: ma Moretti? E' un caso a sè. Il buon Nanni parla di un'epoca, di una generazione - a volte con presunzione- ma è genuino. Non copia, insomma. Puoi tranquillamente confrontare, invece, le pellicole di Soldini con quelle di Kaurismaki, poi mi dici...
3- Sia che guardi alla produzione, o al taglio del casting, Soldini è (fortemente) politicizzato. Ma, senza prendere una vera posizione, resta alla finestra. E così, le sue storie.
Certo, ha avuto successo (ma mica tanto, poi: guarda gli incassi dei suoi lavori ultimi) ma è chiaro che lo deve agli attori (facce ultranote, nevvero Albanese...?) e non alla propria fama (che ne è, infatti, di "Brucio nel vento", e chi l'ha visto?). In senso generale, i suoi film non vengono mai rivisti due volte (mia personale inchiesta su cinquecento ragazzi di scuole superiori) perchè...nessuno arriva alla fine della prima visione sveglio!!
4- Le storie di Soldini sono minimali perchè egli è "minimo". Mentre nei Dardenne lo stesso taglio restituisce un messaggio preciso ed uno spaccato della natura ambigua del benessere belga, non c'è messaggio - ma proprio mai: possibile che Silvio non abbia una sola cosa da dire che non "documentare"? Bah...- nei film da te citati. E infatti, che lezione potrebbe darci "Pane", "Agata", "Le acrobate", e soprattutto "Cosa voglio.." ? Magari che è meglio tener d'occhio la moglie???
5- Certo, diciamolo una buona volta: esser figli di buon a famiglia aiuta. A chi darebbero oggi i soldi gli Svizzeri, i Francesi ecc se non "ottimamente" presentati?
Scusami ma di fronte a certe barbarie non ce la faccio a contenermi. Oggi, proprio oggi, bisogna che cominciamo a maltrattare gli autori, a scuoterli. Non si può fare alla Mollica, chiudere gli occhi, turarsi il naso, e dire che sono tutti bravi, capaci. No. E' il momento di gridare: basta, cia vete rotto. Servillo, smetti di fare lo stesso ruolo. Si finisca di gridare al miracolo per Molajoli o Cupellini (meno che onesti artigiani). E' ora che si cominci a pensare seriamente al Cinema.
Buona visione, bradipo68. E non te la prendere. Ti considero un grande amico.
Maurri
12 novembre 2010, 19:27 Ciao Maurri,ti ringrazio per il post puntuale e articolato a cui cercherò di rispondere per quanto posso.Per prima cosa lasciami dire che apprezzo la tua sincerità,la tua chiarezza cristallina.Sicuramente dopo questo post ti considero ancora più amico di prima.Dalle mie ricerche ho visto che Soldini la cosiddetta gavetta l'ha fatta,è una gavetta diversa da quella che si fa solitamente in Italia e io credo che sia dovuta a questa gavetta "diversa"la mia definizione di regista peculiare nella cinematografia italiana.Lo ammetto ho un debole per il cinema minimalista di Soldini,mi piace ma probabilmente il suo film che preferisco è proprio il suo film più anomalo ,quel Brucio nel vento che avremo visto in pochini come tu stesso hai sottolineato.Ho avuto riserve su Cosavogliodipiù e su Agata e la Tempesta mentre sono innamorato di L'aria serena dell'Ovest e di Un'anima divisa in due che è il film attraverso cui l'ho scoperto.Pane tulipani mi ha divertito,lo trovo a tratti delizioso ma non è secondo me il suo film migliore.Sono d'accordo con te che bisogna far lavorare la gente che merita e che rischiamo che il nostro patrimonio cinematografico attuale vada perduto in nome del profitto o del plauso degli yesmen che popolano molte caselle di critica cinematografica.Soldini mi piace per come descrive scorci urbani normalmente privi di qualsiasi appeal cinematografico ed infatti il mio post non era una rivisitazione critica del suo cinema o perlomeno non voleva esserlo ma semplicemente un riepilogo dei luoghi frequentati dal suo cinema.Proprio perchè lo ritengo un illustratore sopraffino.Adoro sia Kaurismaki che i Dardenne ma mentre mi era venuto di confrontare il cinema d Soldini con quello del cineasta finlandese non avevo mai pensato ad accostaro ai Dardenne.Per quanto riguarda Giulia in ottobre a me ha fatto pensare a Zazie nel metrò di Malle,l'ho trovato piuttosto grezzo,imperfetto quanto vuoi ma interessante,molto più vicino alla Nouvelle Vague che al cinema italiano...Sul fatto che deve avere qualcoa da dire e non da documentare....beh nell'ultimo film effettivamente mi ha detto poco e quindi su quello ti do ragione.Ma forse sei un po'cattivo con Soldini...naturalmente parere personale.Con stima e grazie per avermi stimolato con le tue interessantissime riflessioni.Un saluto e a risentirci presto.
12 novembre 2010, 20:55 Più leggo i vostri post più prendo coscienza della mia ignoranza! Detto ciò, bravo Bradipo: Soldini è un regista di una razza in via d'estinzione in Italia e sebbene i suoi ultimi lavori siano un po' così così ("Giorni e nuvole" e "Cosa voglio di più" non mi hanno convinto),insieme a Garrone, Sorrentino e D'Amelio mi pare uno dei pochissimi cineasti italiani degni di tale nome.
Di certo anche se non è costante, è una voce intimista capace di toccare le corde del dramma e della commedia garbata e intelligente. "Brucio nel vento" resta il suo capolavoro assoluto.
12 novembre 2010, 22:34 Mi associo. Lo avremo visto in pochi Brucio nel vento. Ma quei pochi lo hanno amato tanto. Mi sembra evidente anche solo da questo post (e da un paio di persone di mia conoscenza che, come me, lo adorano).
12 novembre 2010, 23:36 Ok, bradipo: lo ammetto, sono stato un pò cattivo. E' che sono rimasto deluso dall'ultima fatica. Però, per addolcire la pillola, senza rinnegare ciò che ho scritto, ovvio, posso aggiungere che Soldini ha due qualità: la prima, e mi sembra determinante, riuscire ad empatizzare con una città, Milano, poco associata all'immagine cinematografica (Visconti a parte), delinenadone le caratteristiche salienti senza farne una pittura finanziaria (o, peggio, economica) goffa e volgare. La seconda, la capacità di stare dietro la macchina: non ci lusinga con ralenty, schizzi di sangue, inquadrature ardite, campi, controcampi. Sceglie sempre il miglior punto di vista, magari freddo ma necessario. E (soprattutto in tempi di piattissima fiction televisiva), a volte, certe cose semplici possono bastare il prezzo del biglietto.
A presto!
13 novembre 2010, 16:34 Brucio nel vento è un film che ti entra sottopelle così come ti trapassa lo sguardo incredibilmente intenso di Ivan Franek che poi però non si è saputo ripetere agli stessi livelli.@almodovariana:grazie per le belle parole,concordo sul voler conservare a tutti i costi la parte "buona" del cinema italiano.@maurri:anche io sono rimasto un pizzico deluso dal suo ultimo film ma proprio perchè da lui mi aspetto di più.Sono totalmente d'accordo con quanto affermi.Un saluto anche a na:speriamo di essere sempre di più a tener alta la bandiera del cinema di qualità...Un saluto a tutti.
20 luglio 2011, 14:13 belle chiacchierate a novembre 2010, eh sì, tutto prometteva bene...E ora alla ricerca di Brucio nel vento
Lascia un commento
Per poter commentare occorre essere iscritti. Se non sei iscritto registrati, atrimenti fai login nel box in alto a destra