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Life Above All - recensione di OGM

autore: OGM      
21 gennaio 2012
(aggiornato 21 gennaio 2012) | InVisibili


Il voto di OGM: OGM ha votato Life Above All buono stelle

Life Above All

(Sudafrica, Germania, 2010)

Titolo originale: Life, Above All

di Oliver Schmitz con Khomotso Manyaka, Thato Kgaladi, Keaobaka Makanyane, Harriett Manamela


In Africa, quella contro l’AIDS è tuttora una lotta silente, che percorre le strade del segreto, della superstizione, del pregiudizio. Così è anche per Lillian e la sua famiglia. Le cure, pur disponibili, entro certi limiti, presso le strutture ospedaliere, non vengono applicate, perché ammettere di avere la malattia in casa significa esporsi al pubblico scandalo. Infezione è sinonimo di maledizione, di punizione divina, ed è l’indelebile marchio della vergogna, che giunge dal cielo per castigare i peccatori. Il tabù uccide, nell’anima e nel corpo. Chanda, la figlia maggiore di Lillian, ha il coraggio di ribellarsi all’oscurantismo che si affida a stregoni e dicerie, però sa di non poter parlare apertamente. Così l’angoscia le opprime il cuore,  impedendole di studiare e di vivere la sua adolescenza. Il mondo che la circonda è un universo femminile inquieto, passivamente allineato alla tradizione oppure disperatamente smarrito: da un lato santone e matriarche, dall’altro prostitute bambine e ragazze sbandate, sugli opposti versanti di una condizione di subalternità e sfruttamento che non conosce sbocchi. Manca la cultura a indicare la strada verso la libertà: così le donne sono succubi oppure emarginate, rinchiuse dentro le loro prigioni domestiche, oppure in balia della strada. Dolore è non trovare, all’interno della società, lo spazio necessario a costruirsi un’alternativa. Chanda deve abbandonare la scuola per assistere la madre ed i fratelli minori; Esther deve offrirsi ai camionisti di passaggio per poter sopravvivere, anche se la conseguenza è essere considerata sporca e mandata a vivere dentro una sudicia baracca. La necessità ammazza i sogni, e l’ignoranza nega l’ascolto. Nella nostra civiltà occidentale i moti dell’animo si fanno arte attraverso il racconto e la confessione; in altre parti del globo sono invece il muto sottofondo che trapela dal non detto, dalla profondità degli sguardi, dall’eroismo della sopportazione. La storia di Lillian e Chanda è un esempio, dimesso nei dialoghi, però visivamente intenso,  di questo modo di rappresentare il dolore: un dramma personale che cova sotto la pelle, e che, —  come il morbo innominabile  che infanga la reputazione – deve essere tenuto nascosto ed affrontato con le proprie forze. La miseria non induce automaticamente alla solidarietà, alla condivisione, alla tolleranza: questo è un mito che il film riesce decisamente a sfatare. Il disagio produce comunque degrado, anche al di fuori delle concentrazioni urbane, anche negli ambienti rurali che certo romanticismo esotico immagina esenti dal vizio. Nella cittadina in cui abitano le protagoniste di questa triste vicenda, non esiste una società che si faccia carico dei problemi comuni: l’epidemia causata un virus endemico rientrerebbe in questa categoria se essa fosse riconosciuta come tale, anziché essere scambiata per una sorta di possessione diabolica. L’individuo viene isolato nella sua sofferenza personale, sia questa un male fisico, sia questa un sentimento contrario alle regole. Lillian, osteggiata dai suoi genitori, non ha potuto vivere liberamente il suo amore per Emmanuel; e la madre di quest’ultimo ha dovuto disonorare il lutto per la perdita del figlio mentendo sulle circostanze della sua morte. Si è inevitabilmente soli quando gli altri non possono, o non vogliono, capire. Ma, questo non è un buon motivo per lasciarsi andare; perché come qualcuno nel film, fuor di retorica, ci ricorda, c’è sempre una speranza.   La tragedia di Lillian si consuma in un ambiente privo di scienza e di preghiera, in cui ogni possibile rimedio sembra viziato dalla falsità: il trucco di prestigio della maga Gulubane, che fa uscire, dal petto di Lillian, un serpente vivo, e le medicine del dottor Chilume, per la vendita delle quali l’uomo  riceve compensi e riconoscimenti da una certa casa farmaceutica. Oliver Schmitz è un bianco di Città del Capo che dirige un film integralmente nero, pienamente in linea con l’insegnamento di Ousmane, Sembène, il padre del cinema africano: quello secondo cui, in quello straordinario continente, la felicità è a portata di mano, però si sposa, indissolubilmente, con il bene irrinunciabile della verità.   

 

Life Above All è stato il candidato sudafricano agli Oscar 2011.


 

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