Non si applaude a questo film (o comunque sommessamente). E non vuol dire che non sia stato apprezzato, anzi. Significa che ha fatto il suo dovere. Lars si da' alla fantascienza (intelligente), ma lo si riconosce anche se il Dogma non e' piu' nei suoi ideali. Come al solito, in un opera d'arte non c'e' niente di piu' profondo della superficie, ma qui e' evidente la richiesta di von trier di mirare "la dottrina che s'asconde sotto 'l velame de li versi strani". La metafora e' semplice, e per questo particolarmente efficace. Un prologo dal carattere visionario introduce il film dichiarandone il finale (la collisione della terra su un pianetone dall'aspetto "amichevole") "così" conferma il regista "non è necessario chiedersi che cosa accadrà, possiamo invece concentrarci su altri livelli, interessarci ai fatti dell’universo in un’altra maniera" "La danza della morte" che la Terra intraprende col pianeta Melancholia provoca reazioni diverse nelle antitetiche sorelle (Le bravissime Dunst e Gainsbourg), e il regista le bracca incessantemente con la sua camera a spalla, dedicando a ciascuna una meta' di film (diviso appunto in due capitoli) con ispirazioni direttamente da "Il Cacciatore" (il matrimonio: il dramma). Il pianeta blu di Von Trier affascina e sconvolge come vorrebbe e, come accadde per "Antichrist", si prepara a spaccare in due pubblico e critica, che resteranno tuttavia legati da una sola certezza: nessuna indifferenza.


















































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