"Never let me go", ovvero "non lasciarmi mai". E invece, a dispetto dell'anelito d'eternità sotteso al titolo, il film, partendo dal nostro ontologico status di cavie, rappresenta lo strutturale contingentamento di tutte le umane risorse: dall'amore all'amicizia, dall'esistenza stessa fino al concetto di Bene, con la conseguente ineludibile irruzione dell'abbandono: evento tragico cui a nessuno finora è dato di sfuggire e per il quale non è concessa alcuna dilazione o proroga. A questa condizione di finitezza si riporta il plot incentrato sul legame che unisce cloni e originali, paradigma dell’infausto equilibrio cosmico fra guadagni e perdite. Alla longevità dei beneficiari dei trapianti d'organi fa così da contraccambio la riduzione dell'aspettativa di vita dei donatori, secondo una dinamica significativamente anticipata nella sequenza del baratto all’interno della scuola di Hailsham.
Se per salvare dei soggetti occorre sacrificarne altri; se il prezzo della tutela d'una relazione amicale è la repressione del proprio amore, e viceversa; se non è più possibile rimediare agl'errori commessi (o ancora meglio azzerarli) poiché il tempo è tiranno; allora ciò vuol dire che i limiti a quello che siamo e a quello di cui disponiamo costituiscono la nostra irrevocabile condanna. Tirando le somme, si giunge al termine dell'esistenza sfatti, annichiliti, consumati e col bilancio sempre in passivo.
Sul riferimento all'arte: tanto essa appare straordinaria nel manifestare l'interiorità e la sensibilità d'una persona, quanto si rivela inidonea a risolvere alcunché (“non è importante” affermerà a riguardo l’insegnante). A tale amara consapevolezza giungerà Tommy il quale, al colmo della disperazione, rivolgerà il suo urlo di rabbia non più all'indirizzo di altri individui, bensì verso qualcosa che sta di là da loro.
Veniamo ora ai vistosi difetti della pellicola. A) I personaggi principali (e non solo) della storia, rivendicando un diritto non qualitativo ma semplicisticamente quantitativo come il banale prolungamento della propria vita/agonia, risultano ancorati a una prospettiva bergmaniana da “Il Settimo Sigillo”, con l’effetto d’aggirare problematiche esistenziali di ben più ampia portata. B) La figura di Kath, nel mostrarsi sempre passiva e piagnona, incarna una fastidiosa e opinabilissima remissività. C) La colonna sonora, indolente e straziante (nel senso che è uno strazio), pervade quasi ogni singola scena mal celando, così, l’inclinazione del regista a compiacersi della sua opera di denuncia della negatività.
Concludendo: gl’intenti meritori sono in tutto e per tutto subissati da uno stilismo enfatico e autoreferenziale, e per questo in perfetta antitesi con l’allusione alla disutilità dell’arte, nonché da una visione d’insieme incapace, in fin dei conti, d’andare oltre il già dato, detto e fatto. Tema narrativo sulla clonazione incluso.


















































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