Faccio mio, sintetizzandolo brutalmente, il giudizio che, nell'interessantissimo volumetto Il volto di Gesù nel cinema (Pardes Edizioni, 2005), il sacerdote gesuita Guido Bertagna, direttore del Centro Culturale San Fedele di Milano (per il quale anima cineforum e rassegne cinematografiche sul rapporto tra arte cinematografica ed esperienza di fede), dà del film La passione di Mel Gibson, che qualche anno fa suscitò scalpore e la solita dose di polemiche tra cattolici e non, come sempre accade quando giunge sugli schermi una pellicola dai contenuti provocatori e/o fuori dagli schemi consueti.
Naturalmente, il religioso si pone il problema della raffigurazione artistica di un Dio che si è fatto uomo, assumendo dell'uomo anche le sembianze esteriori, e lo affronta attraverso il filtro della assoluta libertà dell'artista[1], la cui prima sfida è proprio quella di dare sembianze umane a questo Dio che ha scelto di scendere di persona tra le sue creature.
Contrariamente alle ambizioni del regista (uso dell'aramaico e del latino), La passione non è un film filologico, basato sui testi del Nuovo Testamento, bensì sulle fonti evangeliche, contaminate da testi mistici successivi, anche settecenteschi, come quello di Anna Katharina Emmerick, riportato dall'autore romantico tedesco Clemens Maria Brentano nella sua opera L'acerba passione del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo (Das bittere Leiden unsers Herrn Jesu Christi, 1833). Questa derivazione comporta un eccesso di particolari violenti e cruenti, che erano totalmente assenti dai quattro Vangeli, pudichi e quasi reticenti nel descrivere i supplizi cui fu sottoposto il figlio di Dio.
Ma non c'è nemmeno vera adesione al dettato di un grande "propagandista" del messaggio di fede cattolico, come Ignazio di Loyola, il quale esortava il vero cristiano (e in questo caso si potrebbe dire «l'artista cristiano») a non disperdere la propria sete di conoscenza nella molteplicità, ma ad approfondire i veri punti nodali delle questioni affrontate. Sant'Ignazio affermava il concetto con quattro brevi parole — «non multa sed multum» — che inchiodano un autore hollywoodianamente portato a frullare il film religioso con il genere avventuroso e addirittura con l'horror, un po' secondo lo stile che gli aveva fruttato il grande successo di Braveheart. E se intellettuali cattolici (dell'ultima o della prim'ora) come Lucetta Scaraffia e Luca Doninelli — al di là di qualsiasi giudizio di valore sul film, sempre soggettivo — possono dare a bere ai lettori dell'Avvenire che ci sia stata, da parte di Gibson, questa assoluta adesione al Verbo evangelico e all'ottica del Loyola, certo non possono pretendere che ci creda uno che gli insegnamenti loyoliani li ha dentro, come il gesuita Bertagna.
[1] Per fortuna i secoli dei roghi ereticali sono finiti per sempre e religiosi illuminati come Bertagna possono discettare senza preconcetti di film, talvolta amandoli, nei quali il Cristo viene rappresentato allegoricamente sotto forma di asino (come nel bressoniano Au hasard Balthazar del 1966), senza alzare il dito contro il regista.
















































Commenti
7 gennaio 2012, 23:15 Perdonami, sasso: da noto polemista, non posso trattenermi dal replicare. Se è vero che l'arco temporale del Nuovo Testamento è, di fatto, "non" concluso (Giovanni XXIII, Concilio Vaticano II, 1963-id.), pur tralasciando i vangeli sinottici, che appartengono di diritto al Nuovo Testamento, resta comunque la Lettera agli Efesini dove lo stesso Evangelo viene risaltato come annunzio "di Cristo". Cionondimeno, e pur prescindendo dal contenuto che "fai tuo" (e che tuttavia mi sfugge dalle righe che ho appena letto, essendo esse tronche della stessa "primizia" annunciata), mi risulta che "i Vangeli, in quanto libri sacri sono conformi alle Sacre Scritture". Pertanto, e con buona pace del padre Bertagna, cui mi dissocio dalla forma cinematografica rappresentativa ("un autore è libero di scegliere": no. Egli deve farlo nel rispetto confornme del tema trattato, mai abusando della lealtà stilistica che mette in scena. E' così che si valutano criticamente le opere), Gibson è allineato al riporto dei tre Vangeli (Matteo, Marco, Luca), con un unico inserimento (La "scena della Maddalena", che riporta ai vangeli apocrifi). D'altra parte, l'unica vera possibilità interpretativa (errore che ha contaminato anche lo scritto di Loyola) sono i Vangeli: nel Nuovo Testamento non vi è descrizione perniciosa dell'accaduto (martirio e/o supplizio). E, pur se a quello di Giovanni (che, come sai è l'unico in "contemporanea") si affidò a suo tempo Pasolini. Ritengo, pertanto, esaudita la filologia documentale con il ricorso linguistico agli stessi. Grazie per la nota e perdonami: è uno dei miei campi di studio. Però, chissà che non possa farlo "de visu" con il gesuita Bertagna e, soprattutto, con te. Con affetto, buon anno, M
8 gennaio 2012, 13:10 Il problema è proprio lì: quando un artista (lo scrivo con la minuscola in quanto riferito a Gibson) afferma di essersi ispirato ai Vangeli, dovrebbe rispettarne non solo la lettera ma lo spirito. Secondo Bertagna - e quindi secondo me - il regista australoamericano non lo fa, perché interpola alle fonti evangeliche testi mistici successivi (quello della Emmerick), i quali danno della Passione di Cristo un'interpretazione che nei Vangeli non c'è. Gesù fu indubbiamente sottoposto a supplizi cruenti, ma nei Vangeli la descrizione tende a sorvolare sui particolari più sanguinosi della vicenda. Il Dio che esce dal Nuovo Testamento è, a quanto mi ricordo, un Dio di misericordia e di perdono, non certo un Dio sanguinario che chiede di essere placato dallo spargimento del sangue del suo Figlio. Stavo per dire che sono in disaccordo con te sulla libertà dell'artista, ma rileggendo meglio penso di concordare (ma anche Bertagna non sosteneva una cosa dissimile), nel senso che, secondo me, la libertà dell'artista è assoluta nello scegliere temi e modi, ma chiaramente si limita da sola quando l'artista stesso dichiara di aver voluto ripercorrere letteralmente un testo (in questo caso i Vangeli) come ha predicato Gibson, il quale, però, poi, ha razzolato male, dando un'interpretazione dei Vangeli secondo un'ottica che proviene dall'esterno di essi. Penso che sia frutto di lapsus - a meno che non abbia letto male - la tua affermazione secondo cui Pasolini si sarebbe ispirato al Vangelo di Giovanni (era Matteo, ovviamente), ma concordo assolutamente con quanto dici in merito alla descrizione non "perniciosa" del martirio di Gesù: ma è proprio questo assunto che è stato disatteso, almeno secondo la mia opinione, da Mel Gibson. Grazie per l'attenzione e ricambio l'augurio.
8 gennaio 2012, 18:33 Grazie per la precisazione. In quanto al lapsus, è saltato un pezzettino: "(...) pur se a quello di Giovanni (che, come sai è l'unico in "contemporanea") rimanda la freschezza del tema -instant movie, per così dire -, è a Matteo (non incruento)che si affidò a suo tempo Pasolini." La velocità nello scrivere tradisce, a volte. Comunque, la tua nota ha tradotto meglio il concetto (dualismo "spirito/corpo"), che, a mio parere, non era evidente dal post. Quanto prima, allora, pubblica qualcosa su Bresson: in buona sostanza, e nonostante gli estimatori di cui gode, lo spettatore medio dimentica che il grande regista francese (ovviamente, il mio preferito) ebbe questo dilemma tutta la vita: "è corretta la rappresentazione della Grazia? E se sì, dove è posta? Ad inizio, fine o centro della storia?" Proprio per questo, un film di ordine religioso dovrebbe evitare catarsi. Ma, per Gibson (e non solo), una cosa è lo Spirito, un'altra il cinema. Il soprannaturale (quale, di fatto e in termine biblico appartiene Cristo) per Hollywood è un effetto speciale. Con catarsi. Purtroppo. Rinnovo la mia stima, M
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