Anche nei cristallizzati universi malinconicamente colorati, può insinuarsi, pingue e inesorabile, il dolore. Anzi, gli scenari (secondo alcuni) manieristi e ultracromatici dell’universo di Wes Anderson, sempre oscillanti tra tonalità calde di rosso-giallo-arancione e accoglienti ticchettii in re minori, sembrano fatti apposta a lasciarsi inondare dalle lacrime, così impettiti e controllati come sono, dotati di quella fissità eccentrica, surreale e gioviale che è la cifra stilistica più riconoscibile (e lasciatemelo dire, adorabile) del regista texano.
E in quello è che forse il maggiore capolavoro di Anderson per compattezza della messa in scena, profondità psicologica dei personaggi e resa immaginifica della propria personalissima idea di cinema ("I Tenenbaum", ovviamente), c’è una scena in particolare che non si dimentica, in cui il connubio tra la disperazione delle immagini e l’aderenza capillare della colonna sonora che le accompagna dà vita a un mix di strepitosa e dolente suggestione. Si potrebbe pensare alla scena dello scambio di sguardi tra i due fratellastri, Richie e Margot Tenenbaum, sulle note di “These Days” cantata dalla modella tedesca e musa warholiana Nico (bellissima anche quella), o al folgorante incipit di presentazione della particolarissima e dolcemente grottesca famiglia Tenenbaum, ma io mi riferisco piuttosto al tentato suicidio di Richie Tenenbaum, forse una delle cose più belle che Anderson abbia mai girato in assoluto. Il personaggio, tennista ritiratosi assai precocemente dall’attività e da sempre perdutamente innamorato della sorellastra Margot (una sensazionale Gwyneth "trucco appestato" Paltrow) è da solo in un bagno glaciale e freddo, stranamente ed eccessivamente bluastro, troppo freddo e asettico per essere la scenografia di un film di Wes Anderson (eppure...). Richie si rade, inesorabile e implacabile, cosa che ci viene mostrata in tagli di ripresa discontinui, isolati e nettissimi. Si pulisce il viso da ogni escrescenza o espunzione sopra le riga, leva via quella barba fumettistica, rimuove dalla fronte la benda da tennista, si abbandona a se stesso e alla pulizia totale e dispiegata del proprio volto. Dopodichè è un tripudio di immagini forti, il volto dell’amata Margot ma non solo, un caleidoscopio di ricordi fotogrammatici che si sovrappongono frenetici e cinetici mentre l’ultimo attimo sa per consumarsi. Richie si recide le vene, mentre Anderson inquadra solo le sue braccia protese e adegiate mollemente sul lavandino, e il sangue comincia a scorrere, copioso e rossissimo. Di nuovo un barlume di calura, mentre Richie si accascia, gli occhi che hanno conservato la stessa espressione anonima, solo un po' meno imperturbabile e più impaurita. Poi si occorsi, e la frenesia salvifica dei Royal Tenenbaums al completo, con un grandioso Gene Hackman che corre e scalpiccia etc...
A commentare sonoramente il tutto, la chitarra tagliente e ruvidissima della “Needle in the Hay” di Elliott Smith, e la sua rauca vocalità che scava la gola, per com’è grunge e cobaniana.
Una scena da brividi.
(Davide Stanzione)















































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