Basta aver avuto sedici anni nel 1997 per volersi recare in fretta e furia ad assistere alla proiezione del quarto capitolo di questa, ormai a tutti gli effetti, saga. Qualsiasi domanda sul perché e il per come ci si trovi davanti a quello schermo non va nemmeno immaginata. Lo spirito da teen e la curiosità di sapere se e come la sventura continuerà a perseguitare Sidney sono troppo forti. Dopo un gustosissimo incipit metacinematografico, con struttura a matrioska, ritroviamo la nostra eroina di ritorno nella natia Woodsboro. La gioia di rincontrare i propri beniamini Linus e Gale è tanta, ma non abbastanza per non iniziare a porsi qualche domanda, del tipo: cosa si saranno inventati Williamson e Craven per proseguire quel qualcosa che già nel terzo capitolo era reiterato con monotonia? Purtroppo la sequenza di mattanze tramite arma bianca segue il solito schema, condito con riferimenti alle tecnologie del nuovo millennio e con un aggiornamento per le regole dell’horror craveniano, e la noia comincia a prendere il sopravvento. Solo qualche intrigante dialogo filologico sulla new wave del genere orrorifico tiene desta l’attenzione. Giunti a fatica al momento tanto agognato, lo svelamento dell’identità di ghostface, si viene colpiti da un finale veramente inaspettato: un colpo di scena dietro l’altro carica del giusto livello di adrenalina al quale tutto il resto della pellicola non aveva fatto arrivare. Un ottimo finale che tira su tutto il film, con un pungente dialogo tra vittima e carnefice che inquadra perfettamente la situazione sociologica attuale.

















































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