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Shame - recensione di chinaski

autore: chinaski      
17 gennaio 2012
(aggiornato 17 gennaio 2012) | InSala, Homevideo

Il voto di chinaski: chinaski ha votato Shame buono stelle

Shame

(Gran Bretagna, 2011)

Titolo originale: Shame

di Steve McQueen (II) con Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Beharie, Hannah Ware, Elizabeth Masucci, Jake Richard Siciliano, Robert Montano, Anna Rose Hopkins, Alexandra Vino
voto buono


Il sesso come dipendenza. Come il protagonista di Hunger (interpretato dallo stesso Fassbender e pellicola prima del regista Steve McQueen) anche Brandon vive in una prigione. Fatta di comportamenti compulsivi dai quali non riesce a liberarsi. Masturbazione quotidiana nel bagno dell’ufficio, serate davanti al computer a guardare siti pornografici o spettacoli in webcam, incontri con prostitute. Il sesso diventa un’ennesima manifestazione del malessere di una società capitalista, quella americana. Il sesso come consumo. Dove è l’accumulo di situazioni, di penetrazioni, di orgasmi a dettare il ritmo, sempre più frenetico, di un piacere che diventa irraggiungibile. Forse Brandon non è nemmeno capace di rendersi conto di come è finito dentro questa prigione e i suoi tentativi di evasione sono del tutto fallimentari.

 

Il sesso come pornografia. Pura esteriorità. Brandon è un uomo algido, possiede le manie compulsive del Victor Mancini di Soffocare (Chuck Palanhiuk) e l’asettica inconsistenza interiore del Patrick Bateman di American Psycho (Bret Easton Ellis) senza condividerne, però, la furia omicida. E i rimandi al mondo di Ellis sono così tanti e tangibili, non nella struttura narrativa della storia (che si sviluppa attraverso ellissi e pianisequenza) ma nella consistenza delle immagini e della loro messinscena. I locali dove uomini e donne annoiati si incontrano, bevono e poi fottono. Il bianco inquietante dell’appartamento di Brandon. La sua immagine distorta riflessa su una superficie metallica. La sua corsa notturna per New York, ripresa con un lungo carrello laterale, che ricorda la maniacale cura per il corpo (attraverso esercizi ginnici mattutini) del protagonista di American Psycho e che invece qui ha il significato di una fuga dalle proprie ossessioni erotiche, mentre Sissy (la sorella) si sta scopando il suo capo all’interno del suo appartamento. Perché speculare a Brandon, non nella sessualità malata ma nella psiche divisa, è proprio la sorella. E infatti uno dei rari momenti in cui intravediamo il mondo interiore di questo uomo è proprio quando assiste ad un concerto in un night, dove Sissy canta New York, New York e una lacrima scende sul suo volto. Gli altri due momenti sono quando è seduto in metro e seduce con lo sguardo una giovane ragazza davanti a lui e quando è al ristorante con una sua collega di colore e finalmente la vicinanza di una donna non è solo la presenza di un corpo inteso come buchi da riempire e labbra da succhiare, ma come un mondo diverso da esplorare, attraverso parole, sguardi, risate.

 

La discesa di Brandon verso il proprio inferno personale diventa poi sempre più rapida, unita ad un istinto autodistruttivo che rende esplicita la sua incapacità di liberarsi dalle proprie sbarre. E’ lui la prigione di se stesso. Si fa picchiare, si rifugia in un bar di omosessuali che sembra l’anticamera degli inferi, luci rossastre e schizzi di sperma sulle pareti luride dei bagni e in un’ultima disperata orgia il suo volto si trasfigura in una maschera tragica. La ricerca del piacere lascia definitivamente il posto ad un dolore lancinante. Il sesso ormai diventa una forma di masochismo. Di punizione.

 

La catarsi può avvenire solo nello spettatore che penetri con lo sguardo l’apparente scandalosità e morbosità delle immagini. Non vi è nulla di sessualmente empatico in quei corpi, nella carne, nella fredda procedura meccanica dell’atto sessuale. Non vi è calore. Quindi lo sguardo viene liberato dall’irrazionale attrazione pornografica. Quel linguaggio non esprime più nulla.

 

Il film di Steve McQueen porte alle estreme conseguenze uno dei tanti mali del nostro vivere quotidiano, dove uomini e donne svuotati della propria coscienza cercano nel sesso un contatto con l’altro. Contatto puramente fisico e quindi banale, facile, ripetitivo. L’anima non sembra mai entrare in gioco. Forse perché venduta al lavoro, al denaro, al consumo. E allora non rimane che distruggere se stessi come atto di rivolta verso il mondo. O continuare a vivere prigionieri della propria sofferenza. 

 

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