Dopo aver visto numerosi esempi di cinema contemporaneo come Shame è lecito convincersi che,nel mettere al centro della scena un tipo psicologico più che un personaggio come questo Brandon Sullivan,la coazione a ripetere sia sempre un’abitudine dei registi,soprattutto nella loro disarmante certezza di essere autori.
Shame sembra essere un insieme di situazioni che si presentano come ideali,esemplificative di una fenomenologia anonima sfiorata da noi in ogni attimo della giornata ma lascia la sensazione,a causa di una maldestra sceneggiatura,di un film diviso in scompartimenti,in frazioni di vita in cui il personaggio di Brandon viene trasferito,spostato da scena all’altra in cui al massimo si riconoscono il giorno e la notte,nelle quali l’uno vive nel terrore dell’interminabile agonia dell’altra.
Brandon è un uomo che cerca di soccorrere sé stesso,ma McQueen ha deciso di sottrargli senza motivo questa speranza,o anche solo di fargli immaginare la possibilità di provarci.
Quello che Mc Queen sa prima di noi e meglio di noi non ci viene comunicato,ma è anche vero che lungo tutta la durata del film (eccessiva,e che dimostra il terrore dei registi di oggi di realizzare film stringati:qui si poteva tagliare un buon quarto d’ora) ce ne interessiamo sempre meno.
E non perché Shame sia brutto o sciocco o disonesto,bensì perché privo della qualità vitale insita nell’atto di filmare,nella modulazione di un carattere in cui sopravviva almeno la perseveranza all’autodistruzione che Brandon potrebbe avere se la scrittura di McQueen e Abi Morgan gliel’avesse data.
Più che un uomo angosciato o malato,esponente della solitudine contemporanea che si rifugia nell’intrattenimento offerto dall’osceno reperibile come merce,Brandon è un signor nessuno cui è capitato di essere scelto da un’ossessione che non ne offre un ritratto,non ne sottolinea il disagio né invita alla compassione,perché il dolore,che non lascia intendere la sua fonte,è pianificato prima ancora che premeditato(cosa che avrebbe mantenuto almeno un margine di provocazione),e al suo interno cancella persino l’equivoco incantesimo della perversione.
Lungo il fragile rapporto tra fratello e sorella (una Carey Mulligan talmente dolorante da risultare quasi improbabile) siamo presi dal sospetto che sia più facile chiamare sofferenza un generico fastidio di essere in vita,e il confronto tra Brandon e Sissy respinge il coinvolgimento dello spettatore.
Lo sbaglio più grande da parte di McQueen è stato proprio quello di proporre un solo personaggio al centro dell’azione(per modo di dire,perché non ci sono segni di vita):se il suo sguardo si fosse allargato all’intera società che si smarrisce nel labirinto della comoda pratica sessuale senza implicazioni,il suo film avrebbe acquistato un valore metaforico e una profondità più minacciosa.
Con il suo aspetto di cinema europeo trapiantato nella Grande Mela( e si riaffaccia anche Antonioni in quei silenzi che occupano la scena senza che se ne senta la necessità),Shame ricusa a tal punto il ricorso all’effetto da sembrare un saggio teorico insufficiente anche come cinema anti-narrativo;ed è singolare come McQueen,in un film che mette al centro il corpo nel suo fallire come immediato tramite comunicativo,ci privi dell’espressione dei suoi attori quando invece dovrebbe mostrarla: i dialoghi tra Sissy e Brandon e tra Brandon e Marianne (unico personaggio parzialmente vivace ridotto a poco più di un espediente di sceneggiatura,immediatamente esonerato dalla storia)invece che premiare gli attori li oscura in una pretesa originalità visiva che ci priva della possibilità di apprezzarli.
Anche per queste immotivate scelte tecniche si fa apprezzare lo sforzo encomiabile di Fassbender nel tradurre in sensibilità recitativa l’appassimento interiore di Brandon.
Le tanto annunciate scene di sesso(non si capisce per quale motivo definite scandalose) non appaiono più audaci di molto altre,ma è proprio in quei minuti di transito nel girone infernale del sesso notturno e nella non imprevedibile scelta del ricorso all’esperienza omosessuale che si prova qualche partecipazione per il disgusto di vivere che sente Brandon e si avverte un timido crescendo emotivo;anche se poi il tardivo soccorso di Brandon alla situazione estrema in cui si trova Sissy(visto il personaggio,anche qui forse avevamo previsto come sarebbe andata a finire) appare un vero colpo basso grandguignolesco che contraddice la precedente freddezza espositiva di tutto il film.
Nel suo aspetto di documento filmico basato sul pedinamento di un perseguitato da non si sa cosa,Shame appare plumbeo,indifferente alla condivisione,uno spaccato senza credibilità tragica sulla contemporaneità che sembra essere arrivato in ritardo di almeno 25 anni.

















































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