Attenzione! Sono presenti spoiler o anticipazioni del finale.
Il nuovo film di Hazanavicius è un piccolo capolavoro. Uno di quei film che ti fa amare ancora di più il cinema.
Un film pieno di citazioni e riferimenti cinefili ma che possiede il tocco leggero della poesia. E' una pellicola che riesce ad affascinare con la semplicità di una trama fin troppo prevedibile ma che sta in piedi grazie alle interpretazioni magnifiche di tutti gli attori coinvolti, in particolar modo i due protagonisti. Con la loro espressività riescono a caratterizzare i personaggi a cui danno vita senza bisogno di parlare. Neppure un istante si sente il bisogno di sapere che cosa dicano perché è sempre evidente dalle espressioni facciali e dai gesti che le accompagnano.
La regia è perfetta sotto tutti i punti di vista perché riesce ad essere invisibile quando è necessario non sopraffare il lavoro degli attori ed evidente nei momenti in cui se lo può permettere. Hazanavicius riesce ad adeguare il modo di fare cinema contemporaneo ad un tipo di cinema che non si fa più. Perché la sua, pur essendo un'operazione nostalgica, non è mero scimmiottamento degli stilemi del cinema muto ma una reinterpretazione di quegli stilemi con un linguaggio cinematografico contemporaneo. Quindi non di mimesi si tratta ma di interpretazione. Ed è una differenza non da poco.
Tra i molteplici omaggi cinematografici della pellicola e le molte citazioni non si può fare a meno di ricordare Giorni perduti di Wilder per la discesa del protagonista nel tunnel dell'alcoolismo. Soprattutto nel momento in cui, in preda al delirium tremens si vede attaccato da un se stesso formato mignon spalleggiato da un cospicuo numero di cannibali in assetto di guerra.
Ma sono gli interpreti il vero punto di forza di questa pellicola. Ci sono un po' di Charlot e un po' di Buster Keaton nella gestualità di Jean Dejardin, l'eccellente protagonista del film. E lo sguardo sornione alla Clark Gable di Via col vento (e pure le orecchie a sventola, a ben guardare!). Ma anche una sorta di romantica ostinazione che gli fa preferire la rovina annunciata piuttosto che piegarsi ad un modo di fare cinema che non sente appartenergli.
Vale la pena menzionare anche il sempre eccelso James Cromwell che si trova perfettamente a suo agio nel ruolo del fedele autista tuttofare del protagonista riuscendo ad infondere la sua grazia ad un personaggio che, altrimenti, sarebbe stato di mero contorno.
Ma la vera rivelazione è Bérénice Bejo, moglie del regista e attrice che, personalmente, non conoscevo. Con l'espressione del viso e la gestualità del corpo riesce ad essere sensuale e, allo stesso tempo, spensierata come una bambina. E con la caparbietà che contraddistingue il suo personaggio riesce, infine, a far innamorare il protagonista e a salvargli vita e carriera da una sicura rovina.
Dal punto di vista tecnico il film è impeccabile. La fotografia ci regala un bianco e nero saturo e corposo che è una delizia per gli occhi dello spettatore. La colonna sonora (essenziale in un film muto!) è forse l'unico elemento su cui si poteva osare un pochino di più in quanto appare assai prevedibile e non regala emozioni in più.

















































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