Un film muto contemporaneo. Apparentemente non c'e' nessuna contraddizione in questo. Ogni tanto qualcuno ci prova ancora (come per "Dr. Plonk" del 2008 e "The Call of Cthulu" del 2005), ma stavolta qualcosa e' diverso. Questo film e' davvero contemporaneo, Hazanavicius non tenta uno scimmiottamento nostalgico (sebbene di nostalgia ce ne sia a niosa), ma reinventa e aggiorna il linguaggio tristemente perduto del cinema muto. Percio' il senso di dissonanza che si prova all'apparizione di John Goodman, di Malcolm McDowell o di James Cromwell (attori contemporanei) in una pellicola che ripropone la poetica pasta patinata e satura di grigi di un tempo che non ci appartiene piu' e' solo momentaneo, perche' la fotografia, la recitazione (meglio dire la pantomima), l'intera messa in scena e' confezionata e curata a regola d'arte appositamente per questa occasione speciale: trasmettere lo smarrimento di un artista (un attore) fedele al suo stile quando gli viene chiesto di adeguare quest'ultimo alle nuove esigenze tecnologiche e di audience (l'avvento del sonoro). Gli attori sono particolarmente bravi (ispirandosi chiaramente, come la storia stessa, ai Gene Kally e Debbie Raynolds di "Singing in the Rain"), e soprattuto il protagonista (Jean Dujardin) e' emotivamente e fisicamente immerso nella ricostruzione storica. Si ride e si soffre, ci si commuove e si sta in tensione, con la consapevolezza di essere si' manipolati (qui piu' che mai) dalle mani di un burattinaio particolarmente capace, ma com'e' dolce il naufragar in questo mare.

















































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