Che cos’è la rivoluzione, se non un dolore autoinflitto, in risposta all’orrore perpetrato ai danni di altri? Si può cercare il martirio nella tortura e trovare nel proprio grido l’autentica voce della verità. L’attrice Galaï non deve fingere di essere una terrorista algerina: deve esserlo realmente, provare strazio e paura quando trasporta una borsa esplosiva o subisce le scariche elettriche dei suoi aguzzini, ed incutere le stesse sensazioni nello spettatore. Il popolo è chiamato a partecipare, a lei è la sua eroina. Il suo nume ispiratore è Hamdias, il suo marito e regista, nonché mente di un'organizzazione eversiva: un’entità invisibile ed onnipresente, che in ogni luogo può farsi sentire ed, a sua volta, ascoltare. I suoi mezzi sono microfoni e registratori a cassette, ma la sua presenza ubiqua è comunque ammantata di una divina perentorietà. È il diktat supremo ed assoluto, giustamente staccato dalla realtà tangibile, perché incompatibile con i suoi limiti e le sue imperfezioni. Nella Parigi della metà degli Anni Settanta, il sogno ha ampiamente dimostrato la propria irrealizzabilità: i moti del Sessantotto e la Rivoluzione d’Algeria sono epopee libertarie che si sono chiuse senza lasciare traccia. La società e l’arte le hanno seguite col fiato sospeso, e poi hanno tranquillamente proseguito il loro cammino. La ribellione è un anacronismo, la provocazione ha esaurito la sua carica, cedendo il posto ad un occasionale ed insignificante ammiccamento borghese nei confronti di un anticonformismo di maniera. La lotta combattuta col sangue è passata di moda. Nemmeno la perversione più spinta sopporta più la vista dei liquidi organici, di quella purulenza che è la macchia dell’umiliazione. Eppure Nikos Papatakis insiste nel voler far parlare il corpo: quello statuario e minuto della moglie Olga Karlatos, fragile e vibrante di volontà. La realtà dell’epoca è complessa, come l’intrigo in cui Galaï si trova coinvolta, però in superficie non se ne avvertono i segni. Il mondo è inquieto, ma lo è sottotraccia, come i cavi, nascosti dentro i muri, che intercettano i discorsi e li trasmettono lontano. Qualcuno sorveglia i clandestini sussulti della rivolta, che rimangono inudibili alla maggioranza: per questo motivo è importante urlare, e in una maniera che risulti credibile. L’urlo è lo sfogo isolato del singolo che ha il coraggio di riconoscere, intorno a sé, l’infinita angoscia che tiene in ostaggio l’umanità: è come il protagonista dell’omonimo dipinto di Edvard Munch, ma questa volta il paesaggio è uno spazio chiuso, ingombro di fisicità e denso di sofferenza morale. Nel finale, Papatakis mette in scena un’anticamera dell’apocalisse dentro un affollato salotto di sedicenti intellettuali, che pare voler riproporre, in una versione adeguata ai tempi, il tema de L’angelo sterminatore di Buñuel. E fa pronunciare, ad un’indiavolata Galaï, un monologo che suona come una provocatoria ed inquietante apologia del terrorismo:
Nessuno nella realtà può essere solidale con un morto, se non da morto, o prossimo a morire, per la sua stessa causa; con un torturato, se non si mette in condizioni di subire la tortura, affinché un giorno tutto questo finisca. [...] Non c’è nessuna forza al mondo, nessun sistema, che possa recuperare, a parte i nostri cadaveri, gli ultimi secondi della nostra vita, il nostro ultimo respiro. Certo, si potrà sempre distorcere il significato di questo atto, massacro, carneficina, bagno di sangue, suicidio collettivo. Ma gli umiliati, gli oppressi, nella loro rivolta, sono i soli a dare un senso ai loro atti, che tu qualifichi come abietti, tu, comunità internazionale, tu che hai concesso loro l’abiezione come unico stile di vita.
Nell’aprile del 1976, subito dopo l’uscita del film, uno dei tre cinema parigini in cui veniva proiettato venne distrutto da un attentato dinamitardo, mai rivendicato, ma di probabile matrice reazionaria. L’opera fu immediatamente ritirata, e fu riportata alla luce solo nel 2005. Sono passati più di trent’anni, ma nulla è cambiato, e udire quelle parole ci fa ancora molto male. La violenza continua a chiamare la violenza. Il pianeta ribolle, e nessuno si sente al sicuro.


















































Commenti
10 febbraio 2012, 23:45 Tra quelli che lo hanno visto: c'ero, perciò grazie, OGM. Hai il grande dono di ricordarmi ciò che mi ha reso - nel bene e nel male - quello che sono adesso! E ancora m'interrogo sulla rivoluzione...
11 febbraio 2012, 10:23 Grazie a te maurri63, per la tua preziosa testimonianza. Io non ho avuto il privilegio di vedere questo film all'epoca in cui è stato concepito, ed alla quale apparteneva la sua voglia di lanciare quel "grido che sveglierà dal sonno la Terra". Di fronte alla sorte di opere come questa, "fondamentali", però cadute subito nell'oblio, viene da pensare che siano proprio le creazioni sempre attuali, quelle il cui messaggio non si esaurisce mai, ad essere più facilmente dimenticate. Forse perché risultano eternamente "scomode". Un carissimo saluto da OGM.
12 febbraio 2012, 18:06 A proposito di "Tortura".Ricordo al riguardo l'ultima "Chi l'ha visto?"...si è assistito all'auto-accusa di un funzionario della Polizia di Stato che ha dichiarato di essere stato presente all'"interrogatorio" - chiamiamolo così - di un fiancheggiatore delle Br ai tempi del rapimento Dozier..Il generale POI fu liberato...un dramma della coscienza: i mezzzi furono - chiamarli riprovevoli è dir poco - ma si poteva fare diversamente? sconvolgente...sconvolgente..Chi ha visto "Chi l'ha visto?"????....
12 febbraio 2012, 19:25 Caro, curiosone49, grazie del tuo intervento. Non ho visto la trasmissione a cui ti riferisci, ma mi sento di poter affermare che il tuo interrogativo centra esattamente il problema, eternamente irrisolto, sollevato dal film. Il fine giustifica i mezzi? Tutto è lecito se la posta in gioco è la vita di un innocente, oppure la dignità di un popolo? La violenza è, senza dubbio, sempre sbagliata. Altrimenti i diritti umani ammetterebbero delle eccezioni, e ciò renderebbe violabile e opinabile ciò che, per definizione, appartiene ai valori universali e fondamentali, al di sopra dei quali nessuno si può porre. Però è anche vero che a certe domande è estremamente difficile rispondere. Si può estorcere un'informazione per salvare un essere umano? Si possono perdonare i gesti distruttivi dettati dalla disperazione?
13 febbraio 2012, 13:38 già......!!!! E' un vero rebus !!!!
18 febbraio 2012, 08:31 Se "la violenza, senza dubbio, è sempre sbagliata", viviamo in un mondo completamente errato. Come si può aggiustare?
18 febbraio 2012, 12:14 La violenza, putroppo, non si può "uccidere" (è come una pianta che, più la si taglia, più rigogliosamente ricresce). Dovrebbe estinguersi da sé, morire di morte naturale, nel momento in cui trovasse condizioni ambientali sfavorevoli alla sua sopravvivenza. Ma l'ambiente, purtroppo, siamo noi, l'umanità. E basta che un esemplare della nostra specie sia portatore dell'errore, per contaminare tutto il resto. Come a dire: siamo punto e a capo.
Grazie del tuo commento, LAMPUR. Un po' di realistico pessimismo non guasta. L'importante, però, dopo aver constatato la vastità del problema, non arrendersi all'evidenza, e continuare a coltivare, almeno con l'immaginazione, la possibilità di un mondo diverso. E così che si rimane sani "dentro". Un caro saluto da OGM.
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