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Tsahal - recensione di yume

autore: yume      
17 marzo 2011
(aggiornato 26 giugno 2011) | InVisibili

Claude Lanzmann


Nel 1994, a dieci anni da SHOAH, Lanzmann conclude il trittico dedicato ad Israele e gira un film di quattro ore, TSAHAL, acronimo per indicare l’esercito israeliano.

Dopo Pourquoi Israël del ’72, tre ore per dimostrare quello che si concentra già tutto nelle due parole del titolo, un’affermazione, non una domanda, e dopo aver trascorso undici anni a girare trecento ore di immagini sui luoghi dello sterminio, riducendole poi a nove ore e mezzo e producendo così il più sconvolgente racconto orale della Shoah, dopo il quale tutto quello che si possa fare e dire al riguardo suona vuota e bolsa retorica, con TSAHAL Lanzmann chiude il cerchio sul tema della sua vita e lo fa nel pieno degli anni novanta, un tempo recente e lontano, oggi tutto diventa immediatamente distanza, lontananza, si era nel pieno del conflitto nella ex-Iugoslavia, Sarajevo, città colta, libera e multietnica, era assediata da mille giorni da una concentrazione fatale di odio e razzismo.

La proiezione di TSAHAL in Francia fu salutata da censure a sinistra e molotov (del resto, i nazisti non sguinzagliarono topi in platea quando, nel ’30, uscì All’Ovest niente di nuovo?) e Lanzmann, uno degli uomini che onorano ancora con la loro presenza questo povero millennio, fu accusato di sionismo, perché dire sionisti è considerato un insulto, dimenticando così quello che qualcuno al di sopra di ogni sospetto disse un giorno del sionismo: 

Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King.

 

Perché girare un documentario così capillare su un esercito?

La domanda è lecita, l’argomento insolito e la disinformazione grande.

Bisogna armarsi di molta pazienza e sgombrare il campo da giudizi e pregiudizi quando ci si mette di fronte a Lanzmann.

 

 

 

Allora siamo sicuri che ci spiegherà e ne usciremo con le idee chiare, e poi, ed è quel che più conta, senza il minimo sospetto di essere stati turlupinati.

Come in SHOAH, lui fa parlare le cose. Lì i morti, anche se sopravvissuti, qui i vivi che fanno di tutto per non morire.

Non sembri un paradosso, Lanzmann fa parlare le immagini, frequenti riprese aeree misurano con chiara evidenza le piccole dimensioni di Israele, la sua mancanza di profondità strategica.

La sua fragilità e il potere del suo esercito creano un contrasto stupefacente, dovere dell’uomo di pensiero è occuparsene e cercare di capire, Lanzmann può e sa farlo, le critiche neppure lo sfiorano, è un prezzo che paga senza troppo rammarico.

In apertura della lunga rassegna che Lanzmann divide in tre parti scorre questa didascalia:

 

Senza TSAHAL (Tsava Haganah LeIsraël: forza di difesa di Israele) la questione della pace tra Israele e i suoi antichi nemici sarebbe finita: Israele non esisterebbe più.

 

Questa opera non sposa l’immediata attualità ma si iscrive al contrario nei tempi lunghi della Storia.

Permette di capire in profondità ciò che, intorno ad Israele, ha preparato e reso posssibile gli avvenimenti odierni.

Parla della lunga marcia di Israele per il riconoscimento:

guerra d’indipendenza, 1948

guerra del Sinai, 1956

guerra dei 6 giorni, giugno 1967

guerra di logoramento, 1968-70

guerra del Kippur, ottobre 1973

guerra del Libano, 1982

e 46 anni di allarme permanente, una lunga marcia verso l’addio alle armi, con le sue possibilità, le sue speranze, i suoi rischi.

________________________________

 

Necessario a questo punto dare a lui la parola:

 

La questione di un esercito ebraico mi ha sempre ossessionato. Perchè la Shoah non è solo un massacro d’innocenti, è un massacro di persone senza difesa, senza armi, senza Stato.

C’è chi non ha capito niente di Tsahal. In ogni caso non si tratta dell’ultimo film fascista del Novecento, non esageriamo. Tom Segev, l’editorialista di Haaretz  ha demolito il film, mi ha rimproverato di non aver parlato delle molestie sessuali alle donne nell’esercito o di Sabra e Shatila. Ma non era il soggetto del film! E comunque Tsahal non è il servizio cinematografico dell’esercito. L’ultima parte, quella dedicata all’occupazione dei territori, mi sembra piuttosto dura nei confronti di Israele. Parlo anche del rapporto Landau sulla tortura e sulla “moderata pressione fisica” che altri chiamano semplicemente tortura. Non ho nascosto niente…

Penso che senza la Shoah non esisterebbe lo Stato di Israele. Questo è chiaro. Ma sono stato anche molto attento su questo punto, non ho voluto assolutamente che Israele apparisse come la redenzione della Shoah. Israele si vede di sfuggita  alla fine di Shoah, quando si passa dal monumento ai combattenti del ghetto di Varsavia alla sua copia a Gerusalemme.L’ultima inquadratura però è un treno che corre senza fine.

Perché non c’è fine a tutto questo ed è esattamente il contrario del film di Spielberg, in cui Israele è proprio la redenzione dell’Olocausto. Spielberg c’è andato molto pesante.

Tuttavia è vero che Israele è nato da questo, che tra i seicentomila ebrei che andarono in Israele dopo la guerra erano quasi tutti dei sopravvissuti.

L’Olocausto non è stato solo un massacro di innocenti ma un massacro di persone indifese, che da molto tempo non sapevano più cosa fosse difendersi, usare le armi e avere la disposizione psicologica per servirsene.

Mettere in piedi un esercito israeliano è stata una conquista.

Non so se i miei tre film rappresentino una trilogia, ma appartengono alla stessa famiglia.

Tsahal è un film sulle unità di combattimento, sulla riappropriazione della forza e della violenza da parte degli ebrei.”

(da Testimone dell’immemorabile, intervista a Claude Lanzmann di Serge Kaganski e Frédérik Bonnaud in Claude Lanzmann, Shoah, 1985, ed.Einaudi 2007)

 

Queste parole devono precedere la visione delle quattro ore, necessariamente.

Nel film sfilano armi, i famosi tank Merkava, orgogliosamente costruiti in proprio dopo l’abbandono dei vecchi Centurion, venduti dagli Inglesi che altrimenti li avrebbero rottamati, volano sofisticati aerei dell’Israelian Air Force, decollano da piste nel deserto e sorvolano dune, pietraie e d’improvviso città, Tel Aviv, Haifa, si scorgono Minareti e Sinagoghe, ascoltiamo i commenti dei suoi durissimi istruttori che selezionano senza pietà le reclute, e soprattutto vediamo facce giovani, giovanissime, quelle dei sabra, (tzabar in ebraico, è il fico d’India spinoso fuori ma dolce dentro) bisogna guardarli, questi ventenni, sentirli parlare per avere l’idea di un altro modo di essere giovani.

Ci sono ampi spazi di riflessione nel film, le voci dei Generali raccontano la Storia, le tattiche, le vittorie e le sconfitte, e a volte il passato torna a schiacciare il presente col ricordo, ci sono gli intellettuali, Amos Oz e David Grossmann, il giurista difensore dei diritti umani e dei palestinesi Avigdor Feldman, che si sofferma a lungo sul famigerato “rapporto Landau” e la cosiddetta “pressione fisica moderata” un sofisma di troppo per dire tortura.

 

C’è soprattutto in TSAHAL uno sguardo onesto, inutile vederlo se prima non si è conosciuto lo sguardo di Lanzmann in SHOAH, quel parlare attraverso il montaggio e la sintassi dell’opera e quel far emergere la verità da un versante particolarmente scosceso.

Questo è un film di parola tanto quanto SHOAH  era il film del silenzio.

Non esiste, che io sappia, una versione doppiata, ed è meglio, gli intervistati parlano in inglese, soprattutto, e qualcuno in ebraico.

I sottotitoli sono in francese.

Nei post che inserirò su CR, divisi in tre parti, riprodurrò quasi integralmente le conversazioni, augurandomi di esser rimasta fedele all’originale e ringraziando fin d’ora chiunque, più esperto di me in lingua francese, vorrà correggermi.

__________________________________

 

 

 

Paola Di Giuseppe  

 

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INDICE  GENERALE

Parte prima      1h 43'

Parte seconda  1h 53'

Parte terza        1h 11' 

 

 

 

 

 

 

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