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Cine Republic || il blog collettivo di FILM.TV


Vertical Features Remake

autore: kotrab      
26 gennaio 2011 | InVisibili

Gran Bretagna, 1978, 43'

Regia: Peter Greenaway; con Colin Cantlie

 

L'ironia e la caricatura della rigidezza strutturalista del mondo, dell'arte e della ragione stessa si esprime in una delle opere più radicali proprio dal punto di vista dell'organizzazione interna, almeno in alcune parti di Vertical Features Remake (Rifacimento degli elementi verticali). Il soggetto è la ricostruzione di un fantomatico progetto video del fantomatico Tulse Luper (come è noto, alter ego di Greenaway) e commissionato dall'immaginario ma significativo e allusivo I.R.R. (Institute of Reclamation and Restoration). Il film di Luper era un tentativo di rendere concettualmente e per immagini gli interventi che l'uomo conduce sull'ambiente naturale mettendo in scena serie di elementi verticali,

quindi una riflessione ancora una volta tripla: un finto documentario, insieme ludico e serio, sui tentativi spesso arbitrari, comunque mai pienamente veritieri, insieme utili e falsi, di altre persone su una ulteriore analisi, dotata anche di elementi poetici, di uno scienziato-artista, una sorta di reincarnazione di un umanista rinascimentale. Non c'è però nulla di meramente narcisistico, ma appunto una riflessione paradossale, critica e ironica sui mezzi espressivi dell'artista (quindi Greenaway in primis) e degli uomini in genere, per non cadere nella trappola del fine a se stesso e creare opere vitali e dinamiche al di là delle apparenze, cosa che viene puntualmente fraintesa da chi si ferma ad una visione superficiale.

I motivi della scelta organizzativa del numero undici da parte di Luper/Greenaway viene spiegata così dalla voce fuori campo di C. Cantlie: In primo luogo il numero 11, due linee verticali, richiama il contenuto del film. In secondo luogo se la misura 11 volte 11 viene ri-ordinata, può formare un quadrato perfetto con tanto di diagonali, richiamando così la forma del progetto e sottolineando l'immagine centrale del progetto con l'intersezione delle diagonali. Il terzo motivo era che scrivendo il quadrato di 11, 121, in questo modo... (I II I)..., le stanghette possono essere disposte in modo da creare un quadrato. E la quarta ragione era che 121 si può leggere sia da sinistra verso destra che al contrario, indicando che il progetto nella sua globalità è reversibile.

Gli elementi che destabilizzano l'assolutezza del progetto, però, sono sempre in agguato. L'uomo non può incastonare perfettamente il reale, come sarà nei lungometraggi successivi, c'è sempre qualcosa che sfugge e tutto tende al necessario compromesso od a visioni illusorie e mistificazioni. Il cinema di Greenaway appunto demistifica tutto ciò in modo sottilissimo e simbolico: basti seguire le polemiche intellettualistiche dei realizzatori del film nel film, anzi, dei quattro film, ognuna che segue regole formali più o meno rigide, a cui contribuisce il fondamentale apporto della voce che conta (che sfuma nel conteggio da uno a undici, o al contrario ne emerge), la quale lascia il posto al più utile commento della musica accordale e ritmica, ma in modo volutamente elementare, di Michael Nyman, più evidente nella quarta e più efficace sezione.

Oppure all'inevitabile fatto che ogni inquadratura ha in sé anche elementi orizzontali sia naturali che artificiali: l'orizzonte, il terreno ecc., fino alla visualizzazione ironica di pali con una trave orizzontale, grandi H che rimandano al luogo immaginario e mitico di A Walk Through H. Infine, anche uno sfondo astratto come può essere il cielo, non può eliminare le linee geometriche dello schermo, il presupposto necessario per la visione o anche come coordinate spaziali universali. 10

Commenti

  1. sasso67

    26 gennaio 2011, 20:38 Mi ricordo la visione di questo film e di "The Falls" come una delle più allucinanti esperienze cinematografiche della mia vita. :)

  2. kotrab

    27 gennaio 2011, 00:04 Allucinanti direi che mi va bene... hihihi


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